Ma se ve ne andate tutti..

 

 

 


Un set a Roma e uno a Ouagadougou, impronunciabile capitale del Burkina Faso,due satelliti che all’ora stabilita avrebbero dovuto  connettere immagini di scenografie virtuali ispirate a Fellini. Erano filmati, voci registrate,manipolazioni di colori da accostare in una mescolanza non casuale che avrebbe dovuto dare vita ad un cinema del non luogo in cui lo spettatore non sapeva di preciso da dove provenissero quelle riprese.

 

Il progetto si chiamava Global Stage e a governare  tutto quel  marchingegno di parabole satellitari,  decoder e segnali da sincronizzare,  a Romafilmfest 2007, c’era Carlo Lizzani, ultraottantenne che amava le sfide e la sperimentazione ma soprattutto che pensava,non a torto, di aver trovato un modo di mettere le nuove tecnologie al servizio di un cinema con pochi mezzi.Vederlo all’opera fu una maiuscola Esperienza.E un piacere.

Già da tempo si usano tecnologie digitali, ma si tratta di scuola elementare, qui siamo all’università, può essere un salto di esperienza notevole. La lotta tra l’arte e la tecnica dura da sempre, e oggi stare a guardare o fare una difesa dei linguaggi tradizionali mi sembra inutile. Il che non vuol dire che il cinema ‘tradizionale’ sia finito. Basta guardare un film come Le vite degli altri, perfetto, per rendersene conto. Si possono raccontare storie nuove con linguaggio pacato, tranquillo e diciamo tradizionale. Quello che vedo è la facilitazione nel fare, i kolossal prima erano solo hollywoodiani, oggi anche le cinematografie più povere potranno arrivare a proporre storie fastose nel senso buono del termine. Dichiarava, lui che di cinema s’intendeva e che aveva attraversato buona parte del secolo breve servendosene per capire meglio il suo paese e la sua storia.

Di lui amavo la meticolosità dell’indagine storica e l’istinto del racconto come testimonianza.La sua flemma,la sua romanità, il suo modo  di  trasferire la letteratura – Silone,Bianciardi,Pratolini – nel cinema, il suo impegno civile. Condividendo la sua passione per il barocco romano –  esagerato  – non potrò più guardare la Fontana dei Fiumi così evocativa di viaggi in posti lontani senza pensare che un altro pezzo di storia del cinema e di questa città, se n’è andato.

 

 

Qui sopra Pasolini e Castelnuovo in un’immagine dal Gobbo del Quarticciolo 

 

 

 

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3 Commenti

  1. Rear Window commenta:

    Una morte così drammatica che non può non ricordare quella di Monicelli. Dispiace che si sia costretti a questi gesti. Il figlio di Lizzani ha dichiarato: «Se fossimo in un Paese più evoluto e civile, si potrebbe anche scegliere la propria fine, e non aggiungo altro». Penso abbia ragione.

  2. Sed commenta:

    Non so cosa sia successo.Doveva fare un film con tutto quello che significa ciò in termini di pensare al futuro in modo concreto, dettagliato.Improvvisamente m’è passata la voglia di fare festa al Festival di Roma.Un evento che abbiamo tutti voluto e che ritorna quest’anno in mani sicure.

  3. Lilas commenta:

    In effetti, non appena ho ascoltato la notizia, mi sei venuta in mente tu, sapendo come sei stata e sei vicina al mondo del cinema romano, vissuto proprio “di presenza”. Sì, anch’io sono rimasta sorpresa, visto che aveva ancora dei progetti concreti…Mah.
    Difficile mettersi nei panni altrui.
    Sono scelte, comunque che impressionano un po’…

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