Gesuzza e Carmeliddu

Al pari delle Serpieri, dei Franz Mahler, delle Sedara e dei principi di Salina  che con Visconti  hanno  raccontato il Risorgimento attraverso l’inesorabile declino di un mondo   –  agonizzante ma abbastanza vitale da  contaminare con i suoi  vezzi e le sue pessime inclinazioni il nuovo in ascesa –  Gesuzza e Carmeliddu, di quella stessa epoca risorgimentale, rappresentano non un differente punto di vista, ma direttemente un’altra dimensione.


Accomunate le visioni da un preciso intento antiretorico – ma per Visconti  anni 50- 60 era forse più facile che per Blasetti a metà degli anni 30 e dunque in pieno fascismo – il racconto dell’impresa dei Mille viene mostrata come atto improvvisamente risolutivo e drastico – l’allusione al 1921 è inevitabile, poichè 1860 è comunque  un film di regime –  di divisioni, di teorie,di argomentazioni e dissidi tra gl’italiani alla vigilia dell’unificazione e puntualmente annotati nel corso di un viaggio che Carmeliddu intraprende attraverso la penisola.


Protagonista principale non un singolo personaggio con la sua particolare vicenda, ma la massa, il popolo, risentendo il film degli echi del contemporaneo cinema russo, come pure riferito da Georges Sadoul  che anzi riconosce in 1860 la parentela di questo perfetto esercizio di stile con il Griffith di Birth of a nation e più ancora con l’Eseinstein di Que viva Mexico o il Pabst di Don Chisciotte.


Ma soprattutto in 1860 colpiscono le ragioni con le quali Blasetti spiega la vittoria dei garibaldini, numericamente inferiori e male equipaggiati rispetto ai soldati borbonici : quella milizia era un corpo senz’anima : mancava una coscienza centrale, mancava oramai lo scopo ideale di esistenza.Calatafimi oltre che un fatto d’armi è soprattutto una grande lezione di morale storica e di ottimismo : la stessa violenza non è mai cieca o bruta, ma agisce in funzione dello spirito che la informa.(Alessandro Blasetti, Il Mattino, Napoli 24 novembre 1933)


Facile a scriversi, meno a essere rappresentato in immagini (che saranno di rara potenza con inquadrature, data l’epoca, prodigiose).


La giustezza di una causa e le ragioni di una rivoluzione raccontate da due registi italiani che hanno reso grande il Cinema –  e non solo il nostro – sono motivi sufficienti per ritenere  futili e artificiosi i distinguo di questa giornata che comunque è riuscita ad essere lo stesso di festa.


La nostra storia del resto è storia di divisioni e disparati sentimenti  che spesso hanno reso difficile la ricerca del Bene Comune. Forse l’ultimo atto di quella rivoluzione sarà imparare a convivere con le differenze.

I nostri predecessori , tra repubblicani, monarchici, socialisti, autonomisti e ammiratori del  papa, ad un certo punto, misero da parte le loro, ritenendo prioritario sopra ogni forma di governo futuro, l’obiettivo di unificare la patria. Noi che viviamo epoche non meno difficili  non dovremmo rinunciare a  fare altrettanto



1860 – I mille di Garibaldi è un film di Alessandro Blasetti del 1934, con Giuseppe Gulino, Aida Bellia, Gianfranco Giachetti, Mario Ferrari, Maria Denis, Ugo Gracci, Vasco Creti, Totò Majorana, Otello Toso, Laura Nucci. Prodotto in Italia. Durata: 80 minuti.

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