Tutto in un decreto

A questo punto, il  decreto divenuto legge, non ha più misteri. In una settimana e più  dibattiti, iniziative e cortei, avevano già fornito  elementi sufficienti. Definitivi sono stati poi, gli argomenti del Ministro e le dichiarazioni di voto che si sono alternate in Senato, con le quali si conferma  che il provvedimento realizza  economia uguaglianza e qualità, elimina gli sprechi ma anche ataviche ingiustizie  e connaturate storture, aumenta, salari, tempo scuola e ristruttura, ponendoli a norma, edifici.

 Otto miliardi (in decremento) e otto articoli di un decreto attuativo della Finanziaria. Voilà. L’ignominia di essere pari merito o giù di lì, con la scuola cilena – smorfie di disgusto quando la si nomina – nelle graduatorie internazionali, sarà cancellata. Attraverso quali strategie, non è scritto nella legge e quanto invece viene detto da parte di esponenti del governo, rigorosamente in sedi non istituzionali, non scioglie nodi logici e, in qualche caso, sin aritmetici. Forse era questa una materia da far transitare in Commissione più che nei talk show, in Parlamento più che a Uno mattina. Invece nemmeno il sindacato ha avuto modo d’interloquire. Se ne deduce che l’esigenza di recuperare risorse, di fare cassa,  ha prevalso su ogni altra considerazione. A Tremonti servivano otto miliardi per far quadrare i conti, ecco tutto. Decreto l’estate scorsa, decreto oggi. Opposizione e parti sociali non potevano limitare la propria contrarietà alla sede televisiva.

Per questo se la piazza, ancorchè educatissima e paziente, rispetto a quelle sin qui conosciute, ha alzato la voce, non c’è di che stupirsi, ne’ di stracciarsi le vesti indignati per presunte strumentalizzazioni, connessioni con il cotè accademico più retrivo e altre ricattatorie pretese. Ne’, se miracolosamente, rispetto al disastro e ai posti di lavoro a rischio, si materializza di nuovo, l’unità sindacale. 

E se il PD offre sponda politica a chi pur geloso della propria autonomia, porta avanti una battaglia per i Diritti, non fa che fare il suo mestiere di forza di opposizione parlamentare. Tutto è molto più semplice di quanto non ci venga, romanzescamente, raccontato.

Dunque anche questo decreto sulla scuola è un nuovo efficace compendio di come stanno messe le cose : un consenso elettorale utilizzato come presa del potere, idiosincrasia per il controllo democratico e le voci di dissenso, la massima espressione  della politica spot in cui da provvedimenti scarni si vogliono far discendere panacee che manco rivoluzioni copernicane potrebbero produrre. Un uso dei mezzi d’informazione per ripetere fino all’ossessione – i politici ed alcuni commentatori oramai usano la stessa scaletta e pure gli stessi linguaggi – che tutto quello che questo governo fa  è straordinariamente nuovo  rivoluzionario e moderno e chi non è d’accordo è con i baroni e con gli sprechi

Che sfinimento. Serve chiudere il corso universitario sul cane e sul gatto? E che lo chiudano. Serve mandare a casa il barone la baronessa  e i di loro congiunti? E che li caccino. Servono regole più appropriate per il reclutamento dei docenti? E che le scrivano. Ma non vengano a raccontare che con quel decreto o con la legge 133 tutto ciò accadrebbe in automatico perchè NON E’ VERO.

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