Non tutti sono così

Non tutti sono così

In questi giorni, le agenzie hanno sfornato in continuazione le cifre del disastro. Fonti Onu, Amnesty International e la nostra Istat, sono concordi : dai sedici ai cinquanta anni, la prima causa di morte delle donne nel mondo è la violenza maschile,oltre del 90 % degli episodi avviene in famiglia.Più sconvolgenti ancora sono i dati che provengono dall’Occidente.Certo non tutti gli uomini sono così ,ci sono i compagni affettuosi, i nostri amici più cari, i figli maschi che abbiamo cercato di allevare nel rispetto delle differenze.Tuttavia se chiedessimo loro di commentare i dati sulla violenza risponderebbero adducendo motivazioni religiose, storiche psicologiche,geografiche, sociologiche.Eppure le cifre coinvolgono trasversalmente i paesi del sottosviluppo come le città ricche ed evolute.In Europa come in Afghanistan negli Stati Uniti come in Uganda.La discriminazione, lo sfruttamento, le molteplici forme di violenza che subiscono ancora le donne, parlano una lingua universale, e se sembrano talvolta “altre”, straniere tra loro, è solo per una sfasatura di tempi, di “emancipazione” -quel “ritardo” o “avanzamento” per cui il “delitto d’onore”, ha smesso di costituire un’ attenuante nei tribunali italiani solo trent’anni fa. Intervenire repressivamente, prolungando di anni l’attesa della cittadinanza per gli immigrati, vincolandola a obblighi formali di rispetto per i nostri valori e diritti sulla base magari di un test, come ha fatto lo Stato tedesco di Baden Wùrttember, oltre a essere un provvedimento di buone intenzioni ma inefficace, risulta soprattutto fuorviante per un problema che riguarda prioritariamente l’educazione, la formazione dell’individuo, le relazioni sociali, il confronto delle esperienze, l’allenamento quotidiano alla reciprocità, la conoscenza di ciò che ci rende differenti e simili al tempo stesso a tutti gli altri.Il nodo da sciogliere è perché un numero così spropositato di maschi, portatori di condizioni, storie, traumi, ideologie, ignoranze e culture diverse, trovi il modo di risolverle, dimenticarle, vendicarle, affermarle usando violenza alle donne, cercando il loro annullamento e umiliazione totale.
Dentro questo nodo stanno molte questioni. Ad esempio quella del rapporto fra la sessualità maschile e il potere. Può darsi, come sostengono alcuni, che questo rapporto abbia avuto poco tempo (cioè pochi milioni di anni) per evolversi, e che quindi adesso possiamo spingerci poco oltre le buone intenzioni. Ma può darsi anche che qualche piccola accelerazione al processo di umanizzazione della sessualità maschile si possa mettere in atto.
La condizione, però, è che innanzitutto gli uomini che si sentono, almeno a livello conscio, distanti dalla maschilità aggressiva e violenta, assumano su di sé la questione, rinunciando a pensare che la cosa non li riguarda, che è affare di altri, anche quelli maschi ma di altra specie.
In questa direzione, molto ha da insegnare a tutte e a tutti la lucidità del lavoro di alcuni gruppi di riflessione maschili sparsi per l’Italia.La loro ricerca è tesa a trovare un modo di essere uomini che rompa con quanto, nella costruzione storica della maschilità, ha prodotto ilnesso profondo fra genere maschile e volontà/bisogno di dominio; una rottura, però, non limitata all’aspetto volontaristico (“non si deve fare”), ma prodotta dalla scoperta e dall’esperienza che un modo nuovo di essere uomini è veramente liberante, prima di tutto per sé. E una condizione per avviarsi su questa strada è il riconoscimento di un altro desiderio, un’altra soggettività e un’altra libertà — quelle femminili — che stanno di fronte al desiderio e alla soggettività maschili: che quindi lo limitano, ma questo limite rivela all’uomo una nuova esperienza di sè. Se questi uomini hanno ragione, se la condizione per una maschilità che non abbia bisogno del dominio e del potere per sentirsi tale — e che quindi non si risolva in violenza contro le donne quando potere e dominio sono messi in crisi — è una maggiore visibilità della soggettività femminile, molte cose devono cambiare nel contesto culturale.Vedo difficile, ad esempio, educare bambini e ragazzi a essere veri uomini anche se privi di scettro se contemporaneamente a scuola la cultura propone solo storie, pensieri, conquiste, arti di uomini, tacendo di quanto hanno fatto, detto e scritto le donne o dei motivi per cui gli uomini non hanno permesso alle donne esplorare i campi del sapere. O se si sconsigliano alle ragazze certe facoltà universitarie «perché tanto ai vertici di un’azienda non ti ci faranno arrivare anche se sei brava». E via dicendo.
Se non si fa niente per cambiare il contesto e accompagnare così il lavoro degli individui su di sé, i genitori delle ragazze saranno condannati a spiegare alle loro figlie perché devono sempre avere una riserva sugli uomini che incontrano, e i genitori dei ragazzi (che forse spesso a questo non pensano) non sapranno dove appoggiarsi per fare in modo di non dover temere che i propri figli vadano, in un modo o nell’altro, ad aggiungersi agli emuli — consapevoli o no, denunciati o impuniti — di Achille.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.