Quella del ’18

L’orologio in basso a destra segna le 6,12 del mattino, di lì a poco alcuni preti  faranno  il loro ingresso nella piazza sfidandosi a palle di neve (manco Fellini ci aveva pensato) qualcuno azzarderà una discesa (con gli sci, e quanno te ricapita) costeggiando il colonnato del Bernini, altri  sorveglieranno il pascolo dei pupi alle prese con lo slittino e la scarsa pendenza. Gli uffici, i negozi, i bar, le scuole sono chiusi, l’autobus non passa e noi ..ma sì qualcuno avrà pure smadonnato ma poi si sarà convinto  che ‘na bella passeggiata ar Gianicolo o ar Pincio a vedé la Grande Bellezza Innevata sarebbe stato molto mejo che stare a casa a rattristarsi col Messico, lo spazzaneve che non c’è o il piano neve che chissà. E così tutti in giro con i telefonini a fotografare le statue  vestiti da ghiacciaio, un overdressed per la  delizia di turisti norvegesi e badanti ucraine  che non la finiscono più  di raccontarci  che da loro la neve…

La foto qua sopra l’ha pubblicata Luca – passajeersale – Barbarossa sul suo profilo twitter e ho trovato fosse la migliore risposta dell’assai deriso, in queste ore, senso dei romani per la neve, ovvero del come gli abitanti di questa città siano storicamente colpiti da incontenibile euforia al cospetto della più modesta delle nevicate. Cioè dei dieci (forse meno) centimetri praticamente  a ogni morte de papa . Da noi del resto le nevicate sono così rare che si ricordano con l’anno di caduta. E ispirano canzoni.

Avete ragione abbiamo esagerato, siamo esagerati, a noi i circenses vanno bene pure senza il panem ma sarebbe ingiusto non aggiungere come dietro l’apparente superficialità non si nasconda semplicemente l’istinto di sopravvivenza di chi, abituato a vivere nell’eterno splendore, è afflitto dall’altrettanto eterna sensazione di occasione mancata, di spreco, di incuria di classi dirigenti inadeguate e cantilenanti la propria autocelebrazione . Ma sotto la neve e con questa giornata di inattesa vacanza tutto sembra più sopportabile. Anche lo spazzaneve che non c’è e il sale che non si è visto. Persino il Messico.

 

 

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San Cosimato ( guarda noi ‘ndo vivemo)

Questa storia può essere raccontata utilizzando gli strumenti del sarcasmo e dell’ironia ovvero quelli più seri e compassati dell’analisi politica ma gli uni, indispensabili a stemperare il Tedio quando si tratta di imprese a 5 stelle, non soccorrono più lo Sconforto e gli altri non sono sufficienti a comprendere quello che sta succedendo in questa città. Cercherò dunque di far ordine  in qualcosa che oltretutto mi riguarda e che sta accadendo a pochi metri da casa mia. Tenendo a freno la rabbia :

Nella foto sopra è riconoscibile Carlo Verdone  mentre assiste alla proiezione di  Bellissima  di cui ha tenuto poco prima un’istruttiva, brillante  presentazione. Siamo nell’arena di piazza San Cosimato, Trastevere, da qualche estate luogo di rassegne e iniziative organizzate da un gruppo di giovani appassionati di cinema che, riuniti in associazione – Piccolo cinema America –   partecipano a bandi e curano progetti  mirati soprattutto a sottrarre le sale cinematografiche ad usi impropri o come nel caso di San Cosimato a far vivere  luoghi  altrimenti dimenticati. Tu chiamala se vuoi Riqualificazione.

I giovani sono giovani davvero  – non più di venticinque anni – quindi non particolarmente  esperti ma egualmente forniti di entusiasmo e soprattutto di uno speciale istinto per trovare la quadra tra Qualità e Gusti del Pubblico, il che ha prodotto nel corso del tempo cartelloni cinematograficamente significativi. Le loro proiezioni gratuite sono affollatissime e il loro entusiasmo ha conquistato l’intero quartiere che letteralmente li adora. Da tutto questo è scaturita l’attenzione di figure di spicco del Cinema Italiano. Tanto per citare qualcuno : Bertolucci, Moretti, Virzì, Benigni, Guadagnino, e qualche estate fa, pure Scola e Rosi  ciascuno animando le serate  con dibattiti, interventi, presentazioni di film propri e altrui.

Poteva la favola bella dei giovani engagés amati dal quartiere etc non avere i suoi orchi cattivi a tendere insidie e trappole? Pochi a dire il vero e in perfetta linea con una certa tradizione di questa città che ha sempre visto iniziative del genere osteggiate con le argomentazioni classiche de  il cinema non è cultura, i monumenti  (quando si tenevano rassegne tra le rovine) sono più adatti ad ospitare quartetti d’archi e via enumerando. Allora erano strali di democristiana provenienza, fosse ancora tra noi Renato Nicolini, pace all’anima sua,  ne avrebbe raccontate delle belle sui detrattori dell’Estate Romana ma oggi che il vento è cambiato chi avrebbe potuto aspettarsi la ripresa in grande stile degli sbandieratori del disturbo alla quiete pubblica (lo scorso anno, si comincia sempre con quello) o delle guerricciole via facebook, twitter o quel che è, sull’opportunità di vedere vecchi film, sul come guardarli e dove,  ovvero sulle possibili patologie che affliggerebbero gli spettatori dell’arena davanti alla meraviglia di Maddalena Cecconi che presenta sua figlia Anna al Maestro Blasetti.

Per farla corta, il governo della città che non ha mai amato troppo i giovani dell’associazione, l’arena e i trasteverini (che non l’hanno votato) vuol mettere a bando la piazza come iniziativa dell’Estate Romana. E non ci sarebbe niente di male se il capitolato non contenesse forti limitazioni all’attività fin qui svolta e clausole vessatorie tali da sconsigliare la partecipazione . Che dire. Siamo alla vendetta.

Eccola qua 

L’intemerata moralistica è servita.Come ai bei tempi. Come si conviene in ogni scostumata campagna elettorale in cui pur di delegittimare l’avversario si scomodano i morti, i vivi, la mercificazione dell’arte,la manipolazione del consenso, il panem, i circenses e tutto il resto del corredo di inutili banalità biascicate in sostegno della Purezza della Cultura e dei Luoghi Deputati. Ancora immondizia in questa città. Ancora una volta di stampo reazionario.

Bellissima non è (solo) un film sulle illusioni e ambizioni piccolo-borghesi di una madre.E’ un film sul Cinema. Lo racconta assai bene una sequenza in cui Spartaco e Maddalena sul terrazzino della loro casa al Prenestino stanno guardando un film che viene proiettato nell’arena allestita in uno spazio sottostante. Il film è Il fiume rosso di H. Hawks, Maddalena è rapita dalla scena di una mandria che sta attraversando il fiume.

Spartaco è scettico : ah Madale’ lascia sta er cinema.

E Maddalena  : Ah Spartaco , nun me capisci tu. Guarda che bei posti…guarda noi ‘ndo vivemo.

Ecco: guardate noi ‘ndo ce tocca vive.

 

 

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…celui qui voulait faire craquer le cœur des hommes

La mostra si chiamava “Couture-sculpture. Azzedine Alaïa in the history of fashion“. Sessantacinque  manichini acefali negli abiti più significativi della mirabolante produzione Alaïa collocati nelle sale della galleria Borghese accanto ai Canova, ai Tiziano, ai  Bernini ,ai Caravaggio, ai Raffaello. Un’ invasione  di  Bellezza nella Bellezza materializzava  infine  l’Idea chiave del lavoro di colui che voulait faire craquer le coeur des hommes. Abiti mescolati alle Opere d’arte senza suscitare alcuna impressione di discontinuità o sensazione di frattura. Come se fossero stati sempre lì.

Azzedine Alaïa immenso genio della sartorialità assoluta se ne è andato ieri lasciando,tra le altre eredità ,  il ricordo di quell’emozione irripetibile.

Foto Ilvio Gallo dall’ufficio stampa della Galleria Borghese

 

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Ex ante (squilibri di potere)

 

(Oscar 1999, quello di Shakespeare, Elisabetta I, Benigni, nonché di un contestato, da una parte della platea, premio alla carriera ad Elia Kazan. Ma è anche la serata di Harvey Weinstein (i suoi film faranno incetta di statuette). Presenta lo show  una  esilarante Whoopy Goldberg (qui sopra negli improbabili panni di Elisabetta I) . Nel congedarsi  raccomanderà ai produttori di tenere un comportamento responsabile nel  corso del party che seguirà la cerimonia. Risate, ammiccamenti, applausi. Tutti sapevano? Certo che sì)

 

E’ una storia vecchia : forte del proprio ruolo, il produttore riceve (in luoghi solitamente non deputati alla trattativa professionale)  la sua vittima resa docile e insicura  dall’ansia di carriera (in un mondo e in un Paese, si badi, in cui l’ambizione è una sorta di dovere civico) per poi  speculare sull’obiettivo stato di debolezza  della malcapitata, cioè  sull’ignoranza di sé  e  sulla scarsa fiducia nelle proprie capacità di farcela senza sponsor.

Chiasso di quest’ultimo mese a parte, il nodo da sciogliere sta tutto nel modello di potere, cioè di relazione tra i sessi di cui le richieste di prestazioni sessuali contro favori  sono una potente metafora. Liquidare il tutto come una dinamica tra i generi non porta lontano.

Se il tema fosse stato fin da subito il Potere invece che il Sesso, ci saremmo risparmiati ogni paradosso, ogni sospetto che la oramai quotidiana lista di molestatori e molestate, con corollari di dietrologie a piacere, altro non fosse  se non l’ennesima voyeristica occasione di sensazionali racconti dai dettagli morbosi.

Per non parlare dello sconfinato tribunale autoconvocatosi per decidere se le vittime lo siano poi davvero o se l’intempestività della denunzia possa, alimentando dubbi a non finire, inficiare la gravità dell’accaduto.

Se sono gli squilibri di potere il perimetro all’interno del quale avviene la domanda di rapporti sessuali indesiderati, la violenza è manifesta. L’espressione adulti consenzienti  in simili circostanze non ha senso.

Come pure non ha senso  scambiare quel che si sta muovendo intorno a questa storia per Azione Collettiva o anche solo per una sorta di colossale e liberatoria Pratica di Autocoscienza. Le denunzie fanno bene alla Causa e sono senz’altro liberatorie ma se si fermano ai too me e ai quella volta che restano confinate nell’ambito fuorviante delle  sole parole.

Spenti i riflettori, accesi esclusivamente a causa della notorietà dei personaggi, di tutto ciò rimarrà ben poco, come sempre accade da quando noi tutti, diventati bravissimi ad esercitare il Diritto all’Indignazione ex post, siamo altrettanto incapaci  di passare dalle parole ai fatti.

Invece il punto sta proprio ex ante. Per esempio nel non irridere, come sovente accade, ogni richiesta di parità salariale o di accesso a risorse o a professioni quasi esclusivamente maschili proveniente da quel mondo, come se registe, sceneggiatrici, produttrici, dessero in smanie da privilegiate piuttosto che rivendicare il diritto a raccontare loro la Storia, con modalità proprie.

E invece la narrazione al maschile continua a farla da padrona anche in questa circostanza, tra le pieghe del come, del dove, del quando e del quanto, nell’illusione che questo gigantesco battibecco  basti a determinare un proficuo confronto mentre invece la sensazione è che si stia scivolando pian pianino su una china di inutile quanto deleterio puritanesimo.

La sfida è enorme altro che bimba io farò di te una stella, poiché non si tratta solo di mettere insieme buone leggi, processi giusti e rapidi o interventi educativi nelle scuole ma di un radicale cambio di passo : la salvaguardia della dignità femminile non può non passare per una rivoluzione a partire dal ruolo della donna nel mondo del lavoro né sarà possibile porre fine allo sconcio delle molestie se gli uomini non si decideranno a fare i conti con la natura del proprio Desiderio.

Un’ultima notazione s’impone sul diritto di ciascuno a porre domande, azzardare letture differenti da quella corrente che bolla vittime e carnefici secondo uno stereotipo già in affanno più di cento anni fa. I rapporti umani sono complessi e vanno maneggiati con cura senza che questo significhi automaticamente l’inclusione nel novero degli zerbini con cui il patriarcato si pulisce abitualmente gli scarponi.Il che avviene ogni volta che pur dato per scontato lo stigma ci si addentri nelle questioni con un minimo di spirito critico.

 

 

 

 

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Del nostro meglio

Che Salvini parli di Cinema può anche non destare scandalo in un universo in cui  la conoscenza approfondita (ma anche minima) di qualsiasi materia non è requisito fondamentale per esternazioni e dibattiti. Certo se alla filmografia di riferimento leghista appartiene roba come Barbarossa – con tutto quel che significò, all’epoca, in termini di pasticci, intercettazioni, pressioni della politica,visite di Bossi sul set  e box office piangente –   le cose cambiano. Diciamo che Matteo Salvini non ha quel che si dice un gusto impeccabile in materia  e che non sente il bisogno di vedere i film prima di parlarne. E  diciamo pure che nel reclamare al Grande Cinema Italiano il  di meglio da proporre è racchiusa un’ignoranza di altro segno, di quelle che non si colmano solo con la conoscenza specifica.

Giacché questo è esattamente il nostro meglio e non solo perché lo dicono Scorsese o i selezionatori della Quinzaine des Réalisateurs a Cannes (non precisamente gli ultimi arrivati, ma che fa? Un colpo di sonno collettivo potrebbe essere capitato anche a loro)) ma perché uno sguardo differente sulla realtà ha del meraviglioso come una perfetta inquadratura ed è esattamente il tratto distintivo del Grande Cinema Italiano quando decide di smetterla con i garibaldini al convento per occuparsi di ladri di biciclette.

Anche allora la Politica ebbe da ridire. Un altro tratto deprimente del Costume Nazionale.

A Ciambra è il nome di una comunità rom di Gioia Tauro (il territorio è quello di Rosarno, per intenderci). Jonas Carpignano, in una modalità ben calibrata tra finzione e documentario mostra senza giudicare ( è questo che non va?) ma anche senza intenti sociologici (altra pecca?) la vicenda di Pio Amato quattordicenne  che si ritrova ad essere capofamiglia dopo l’arresto del padre e del fratello. Una sorta di linea d’ombra fatta di furti, relazioni familiari, rapporti con la comunità dei neri (negri & zingari, al povero Salvini sarà preso un attacco)

Senza sociologia, giudizio morale e soprattutto senza Redenzione si può parlare di Grande Cinema? Speriamo di si.

Un apprezzamento dunque per la commissione dell’Anica che ha designato il film di Jonathan Carpignano in rappresentanza del cinema italiano agli Academy Awards 2018.Una scelta coraggiosa, se si pensa ai temibili concorrenti nella sezione film stranieri e all’imprevedibilità della giuria.Ma un film, in quella circostanza, dovrebbe rappresentare il paese in cui è stato prodotto. E come Fuocoammare (altro strambuglione per i razzisti)  questo film è proprio parte di Noi. Salvini ingoi il rospo (e le ruspe).

 

 

A Ciambra è un film  di Jonas Carpignano 2017  con Pio AmatoKoudous Seihon. Titolo originale: A Ciambra. Genere Drammatico – ItaliaFranciaGermania2017durata 117 minuti.  distribuito da Academy Two.

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