Disobbedire (ma anche no)

La disobbedienza civile, ovvero la  consapevole e plateale violazione di una norma  di  legge considerata iniqua e che viene messa in atto in modo da provocare le sanzioni afferenti, è un fondamento di libertà oltre che un momento di lotta politica.

La comandante Rackete, con il  rifiuto di ottemperare ai divieti, ha inteso mettere in salvo persone che si trovavano in stato di assoluta necessità e pericolo. Persone che peraltro erano sotto la sua diretta responsabilità. Per tutti gli amanti della legge è legge ricordo che Carola Rackete non ha dalla sua solo gesti vistosi di disobbedienza sbruffoncella (così parlò un ministro, roba che persino il correttore si ribella)  ma norme di Diritto Costituzionale, Internazionale e di Diritto del suo paese.  Starà alla magistratura valutare eventuali responsabilità penali a carico della comandante e dell’equipaggio della nave, ma si presume che anche nel caso di  eventuali comportamenti illeciti,  sia comunque riconosciuta la scriminante dello stato di necessità (art. 54 c.p.) o dell’aver commesso il fatto in adempimento di un dovere (art. 51 c.p.). 

Ma… al di là di quel bel po’ di legalese che la vicenda mette in campo, resta lo sconcio di quelle cinquanta persone sballottate in mare a scopi propagandistici, il disprezzo, quando non l’irrisione, per le loro sofferenze passate e presenti. E questo nessuna Corte di Giustizia potrà sanzionare a soddisfazione dei cittadini di buona volontà.

(Nella foto Carola Rackete scende dalla Sea Watch, frame da video Ansa)

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Che nun l’hai visto er Gesù de Zeffirelli ?

Beati i mansueti perché la mansuetudine diverrà ricchezza. Nella parrocchia  di una borgata in cui si discute vivacemente su come affrontare il prossimo intervento della polizia per sfrattare gli abitanti di alcuni palazzi,  capita casualmente un alto prelato cui viene chiesto di prendere la parola. Un inutile sermone carico di tonante retorica affascina la platea quel tanto da distruggere il senso di comunità che il dibattito ha fin lì espresso  e così mentre il porporato  attribuisce a Gesù la beatitudine di cui sopra,  qualcuno obietta. Ma quanno l’ha detto? L’ha detto, l’ha detto. Replica un altro : Che nun l’hai visto er Gesù de Zeffirelli?

L’episodio è uno dei migliori de I Nuovi Mostri (Tantum Ergo)  Age, Scarpelli e Risi. Tanto per ricordare alla loro maniera come er Gesù de Zeffirelli l’avessero visto proprio tutti. Pure i comunisti della borgata.

Da ragazzini criticavamo  Zeffirelli a prescindere, per una sorta di obbligo cinefilo. Magari senza aver nemmeno visto i suoi film (e questo è molto poco cinefilo). E invece il suo essere un liberale, conservatore con la fissa della precisione estetica e del trovarobato, non gli ha impedito di interpretare a dovere Shakespeare e Verdi (mica si può fare l’Aida minimal) Bei film come Un te con Mussolini o Callas forever o Jane Eyre (grandi cast e capacità di rimaneggiare le storie senza stravolgimenti eccessivi) ci hanno riportato sulla giusta via, che poi è quella di non ideologizzare troppo le letture e le visioni. Qualche film, è vero, non ha funzionato. Capita. Ma per il resto Franco Zeffirelli è stato uno dei registi italiani più conosciuti e apprezzati al mondo.Doveroso ricordare l’artista. Il resto sono chiacchiere.

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Romantique e politique

Così aveva definito Cannes 2019 l’inesauribile Frémaux e in parte il festival è stato davvero così : romantico e politico. Io avrei aggiunto anche nostalgico ma quella è una categoria ambigua semmai compresa nel pacchetto romantico (ché a inserirla nel politico non ci si guadagna quasi mai).

Tradimenti – Cahiers nel suo numero dedicato a Cannes ha ignorato Il Traditore, film meritevole di riconoscimenti oltre che di menzioni da parte di riviste blasonate ( avercene eh, omissioni a parte) non fosse altro perché al pari di Vincere o di Buongiorno notte il politico o meglio il civile si avvale di un racconto privo di toni altisonanti o celebrativi o grotteschi o ammiccanti. La storia scorre incredibilmente fluida data la materia complicata per l’intreccio di personaggi, eventi e relative versioni degli stessi. La ricostruzione è precisa ed attendibile e la recitazione da Favino a Lo Cascio fino all’ultimo generico, perfetta. E così mentre il Traditore che si sente tradito racconta la sua storia anche noi riviviamo senza essere uno dei nostri drammi collettivi più dolorosi. Date le modalità narrative asciutte anche il rischio di empatia nei confronti di Don Masino e della sua visione del mondo è sventato. Che la mafia faccia schifo è espresso a chiare note e questo nonostante Favino in grande spolvero.

Perdita dell’innocenza ep. n.3.800.000 – Non si può dire troppo di C’era una volta Hollywood (in uscita qui da noi a settembre) ché altrimenti Tarantino si avvilisce. Questa storia delle rivelazioni ante visione comincia ad essere un po’ molesta e a complicare la vita soprattutto dei recensori, manco fossero tutti gialli e thriller e manco fosse il come va a finire l’unico tema interessante dei film. Quel che è possibile sapere, evitando il tanto temuto spoiler, è che continua la saga delle suggestioni tarantiniane sul Cinema, sua prolifica ossessione. Hollywood nell’anno di grazia 1969 : B- movies, televisione, attori e stunt ancorché giovani in stallo di carriera, sullo sfondo il massacro di Bel Air (sfondo e non tema centrale). Rispetto a quel tragico episodio, inevitabile ennesima considerazione ( di Tarantino) sulla perdita dell’innocenza di una nazione. Dalla partenza del Mayflower in poi non si contano le prime volte (può essere che quest’innocenza non ci sia mai stata?). Progetto dalla lunghissima incubazione causa il declino, quello vero, del produttore Weinstein. Budget, cast e contratto tarantiniano da far tremare le vene ai polsi. Che dire di più? Bellissimo (ovvio).

Scene di lotta di classe da terzo millennio : Les Miserables. Distretto di Seine-Saint-Denis a Montfermeil , il paese in cui i perfidi Thenardier tenevano in regime di semi-schiavitù la povera Cosetta (di qui il titolo : Les Miserables). Le rivolte delle Banlieues dal punto di vista (del tutto inedito) di un poliziotto. Ladj Ly, il regista, racconta puntualmente quel che sa e ha vissuto a Montfermeil, terra di nessuno abitata da cittadini francesi considerati di serie B. Il film comincia con i festeggiamenti per la vittoria della Francia ai mondiali di calcio, unico momento in cui le barriere sociali sembrano abbattersi e insieme si canta la Marsigliese sotto l’Arco di Trionfo. Poi tutto torna come prima.Il resto è quasi un reportage forte e veritiero sulla violenza, inevitabile esito dell’emarginazione. Senza indulgere nel folklore dei luoghi comuni o nella tentazione di stabilire chi sono i buoni e chi ci cattivi. Nel racconto anche i poliziotti sono vittime di condizioni di vita disperate, di ignoranza e di povertà. Considerazione finale : Non vi sono né cattive erbe né cattive persone. Vi sono soltanto cattivi coltivatori, ancora Victor Hugo.

Scene di lotta di classe da terzo millennio : Parasite altro film altra modalità di racconto e di lotta nonché meritata palma d’oro a Bong Joon ( però anche Bellocchio…) regista coreano, giovane e di belle e promettenti speranze. Toni grotteschi e da noir per raccontare le peripezie di sopravvivenza di una famiglia dei sobborghi di Seul che s’ingegna in mille modi e con mille trucchi fino ad insediarsi con l’inganno in casa di alto- borghesi onde eroderne dall’interno la ricchezza. Ma i parassiti hanno tanti volti e tante nature…

Scene di lotta di classe da terzo millennio : Sorry we missed you giù le mani da Ken Loach e dal fido sceneggiatore Paul Laverty, chi dice che fanno sempre lo stesso film vaneggia. Lucida capacità di analisi e passione sono trama e l’ordito dei suoi film. In Sorry abbiamo non più il capitalismo che sfrutta l’individuo ma l’individuo che, spinto a mettersi in proprio dalla mancanza di lavoro, finisce con lo sfruttare se stesso. Impietosa descrizione del mondo della logistica come emblema della moderna precarietà. Critica feroce alle sinistre (come le chiama lui) oramai incapaci di fronteggiare il Disagio.

Tom, Rocco, Tancredi e gli altri – Onoriamo Alain Delon perché è un attore leggendario e parte della storia di Cannes, come abbiamo fatto per Clint Eastwood, Woody Allen e Agnès Varda. Dopo Jean-Paul Belmondo e Jean-Pierre Léaud, ci è sembrato cruciale per noi celebrare l’iconico attore Alain Delon. Polemiche neo femministe, manco l’avessero chiamato a ricevere il Nobel per la pace, non hanno inciso sulla volontà di conferire la Palma alla carriera ad Alain Delon di cui erano risapute vita, posizioni politiche (di ultradestra) e schiaffoni (restituiti, pare) alle fidanzate. Ma questa non è l’America che diserta le proiezioni per i buyer dell’ultimo (bellissimo) Polanski o massacra le carriere di attori e registi per spirito di vendetta. E del resto la carriera di Alain Delon è talmente significativa da non lasciar dubbi sull’opportunità di una celebrazione con tutti i crismi : Visconti, Clément, Malle, Tessari, Melville, Losey, sotto la direzione dei quali Delon ha dato vita a interpretazioni in qualche caso memorabili. Certo non sono mancate le cadute, i fallimenti, i film sbagliati come accade a chi non si risparmia, sperimenta e si mette continuamente in gioco. Lui, ancora bello e malinconico (ma non più depresso) si asciuga gli occhi mentre annuncia l’addio al cinema tra i nooo del pubblico. Delon non è stato propriamente il mio idolo, mi piaceva però la determinazione di certe mie amiche che andavano a Parigi nella speranza d’incontrarlo salvo scoprire (dopo) che il Divino proprio nello stesso periodo aveva preso casa a Roma. Me too. E zitte un po’…

Chabadabadà – Sostiene Lelouch che I migliori anni di una vita sono quelli che non si sono ancora vissuti e, a dimostrazione del fatto che anche per il Cinema vale la stessa cosa, con Les plus belles années d’une vie (fuori concorso nel 2019 )  sequel de Vingt ans, a sua volta sequel de Un homme et une femme (Grand prix della giuria a Cannes 1966, Oscar, Golden Globe, Nastro d’argento e BAFTA l’anno successivo) rimette insieme la premiata coppia Aimée Trintignant (o se si preferisce Gauthier Duroc ) per celebrare i fasti di un amore (e di un film) che sembra non dover finire mai. Nell’ultimo capitolo Lui ospite di una elegante casa di riposo sembra essersi dimenticato di tutto tranne che di Lei. Di qui l’incontro appositamente combinato per riattivare terapeutiche memorie. Subdoli flashback in bianco e nero prelevati dal Capitolo Primo e subito i ricordi riaffiorano. I loro e i nostri. Così tra un abbraccio sulla panchina di  Saint-Lazare quando tutto tra loro sembra perduto e una corsa in macchina ci si commuove sperando segretamente in un quarto round, tanto per vedere ancora al lavoro quei tre che ancora je l’ammollano. E mentre scorrono i titoli di coda,il pubblico onora Francis Lai e il diabolico terzetto (Trintignant, Aimée Lelouch) intonando a cappella Chabadabà . Un gran momento.

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Oh, Virginia

Il mio giudizio sul governo di Roma è severo e, per ragioni di mancanza di visione e inqualificabile ignoranza da parte dell’Amministrazione, senza appello. Roma è la mia città e in anni di governi di tutti i tipi, non è mai stata così martirizzata.

Ma…va dato atto alla sindaca Raggi di un sussulto di dignità e autorevolezza nel voler incontrare la famiglia di bosniaci assegnataria di un appartamento a Casal Bruciato, affrontando con coraggio gli insulti dei fascisti e, non è poco, lo stigma del capo politico del suo partito.

Onore alla Forza manifestata in questa circostanza , con l’auspicio che l’appoggio di parte dell’Opposizione le sia di incoraggiamento a continuare sulla strada della fermezza nel rispetto della legalità.

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Te Deum


Foto Frédéric METGE
Région de Paris, France

Che poi, dopo le prime volte, tiri dritto per Quai de la Tournelle, al più uno sguardo distratto alla guglia o alle Chimere. C’è sempre troppa fila per entrare e con la scusa che La Sainte-Chapelle, poco distante, in Boulevard du Palais è moooolto più bella, eviti di metterti in attesa con i turisti. E così può succedere che della Cattedrale non ricordi molto. I rosoni certo, la pala di Guido Reni e il dipinto di Ludovico Carracci (che tanto piacevano a Napoleone), le statue o il suono delle campane.

Poi capita quel che è capitato e Nostra Signora diventa immediatamente il simbolo di Questo e la metafora di Quell’altro. Come se non bastasse il carico di Storia che si porta sulle spalle tra incoronazioni di re e imperatori, matrimoni di stato, riabilitazioni , rivoluzioni e stragi, persino suicidi in prossimità dell’altare. I momenti più cupi del disprezzo giacobino e della scampata distruzione e quelli più luminosi del Te Deum di ringraziamento per la fine dell’occupazione nazista (Te Deum e Marsigliese, ovvio)

Victor Hugo (soprattutto) e ancora Prevert, Benjamin e molti altri ne hanno celebrato il Mito. E dal Mito al Cinema è un passo : muto, parlato,in bianco e nero o a colori. Lon Chaney e Patsy Ruth Miller,  Charles Laughton e Anhtony Quinn, Gina Lollobrigida e Maureen O’ Hara, Anthony Hopkins e Disney. Persino un Musical di Riccardo Cocciante.

Non a caso si chiamano monumenti perché stanno lì a ricordare la Storia, le tribolazioni, i fasti, le vicende che, in questo caso, per oltre ottocento anni, si sono susseguite dentro e intorno a queste mura di pietra miracolosamente scampate al disastro. Non c’è bisogno di supplementi di retorica o di voli allegorici, men che meno di alimentare la già imponente mole di Letteratura con fantasie complottiste. Un po’ più di rispetto magari, a partire da quelli che tirano dritto per Quai de la Tournelle, vergognandosi un po’ di mettersi in fila con i turisti. Te Deum sì, per avere ancora con noi il Carracci e il Reni che tanto piacevano a Napoleone. E, immancabilmente, la Marsigliese.

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