Un infinito equivoco

Ritenendosi realizzatore del migliore dei mondi possibili e scopritore-inventore della formula costitutiva di un inscindibile insieme di libertà, verità, giustizia, ragione, tolleranza e ricerca della felicità, l’Occidente moderno non è praticamente disposto a tollerare in alcun modo “l’Altro da Sé”; esso non può accettare alcuna forma di civiltà che sia diversa dalla sua ma di pari dignità né ritenere possibile che possano esistere alternative (e, meno ancora, ch’esso possa essere in torto). Gli apologeti dell’Occidente, confondendo tra relativismo etico e relativismo antropologico, mostrano d’ignorare la grande lezione di Levi Strauss secondo la quale ciascuna civiltà va giudicata nel suo complesso e non c’è nulla di più improponibile di isolarne i singoli componenti per esaminarli alla luce di principî che non sono i suoi.
Ne consegue che l’Occidente moderno è affetto dall’infezione totalitaria espressa dal suo “pensiero unico” che lo conduce a concepire un unico modello di sviluppo per tutta l’umanità. Esso è, inoltre, vittima d’una schizofrenia irremissibile tra la tolleranza e i diritti dell’uomo, valori che ritiene fondanti della sua identità, venera a parole e sostiene di difendere, e il nucleo duro e profondo della sua realtà fondata sull’avere e sul fare anziché sull’essere: la Volontà di Potenza. La folle neoideologia dell'”esportazione della democrazia” proposta dal gruppo dei neoconservative ispiratori della politica del presidente Gorge W. Bush jr., il gruppo dei Wolfowitz, dei Perle, del Kagan, dei Rumsfeld, si fonda sulla vertigine di questa persuasione di eccellenza e di superiorità, sulla convinzione di un “destino manifesto” in grado e in diritto di estendere a tutto il mondo quel “cortile di casa” che, nella tesi isolazionista di Monroe (1823), si estendeva all’intero continente americano. Che poi questa sconfinata volontà di potenza, questa ineusaribile ricerca del benessere, della sicurezza della felicità, finisca in realtà col rendere chi cade in questo vortice eternamente insicuro, infelice e inappagato, è un altro discorso: ma nasce proprio da qui il rischio della “guerra infinita” nella quale i cantori del nuovo Occidente rischiano di trascinarci.
Ma, sul piano delle definizioni, siamo nel campo d’un infinito equivoco. L’Occidente sembra oggi una “cosa” reale, un termine chiaro che indica un soggetto preciso: quella “civiltà occidentale” che, secondo Huntington, corre il rischio di venire assalita da altre civiltà, compatte e ben delineate come la sua ma ad essa ostili. Peccato che si tratti soltanto, al contrario, di nomina nuda. “Occidente” non è una cosa, una realtà geostorica o geoculturale: è una parola equivoca, che ha subito nel tempo una serie di slittamenti semantici e il cui attuale significato è tanto recente quanto equivocamente e perversamente diverso da come lo intendono molti europei convinti che esso ed Europa siano quasi sinonimi.
Al di là dell’antica contrapposizione tra Asia ed Europa,la fusione dei valori “orientali” (asiatici) e di quelli “occidentali” (ellenici e poi romani) è passata attraverso le grande sintesi ellenistica, avviata da Alessandro Magno e perfezionata da Cesare.I termini “Oriente” e “Occidente”, nel mondo tardoantico e medievale, sono stati certo utilizzati: ma nella prospettiva del rapporto tra la pars Orientis e la pars Occidentis dell’impero romano uscito dalla spartizione imposta dal testamento di Teodosio, alla fine del IV secolo.
Nonostante quanto oggi si crede, l’uso corrente d’identificare la “nostra” con la “civiltà occidentale” è recente. Ancora ai primi del XX secolo, si parlava piuttosto d’Europa, della magia, del favoloso-irrazionale. La civiltà europea sentita da Hegel come “la grande sera” del giorno della civiltà umana è forse il punto d’arrivo del maturare di questa concezione.
Il mutamento importante che riguarda i nostri giorni ha radice però nella pubblicistica statunitense. E’ nel XIX secolo che scrittori e politici statunitensi guardano al loro continente e agli States come a quell’Occidente di libertà contrapposto al quale c’è un “Oriente” che gli europei non si aspetterebbero: l’Europa, appunto (del resto ineccepibilmente e obiettivamente a est dell’America), terra dell’autoritarismo, della tradizione, degli infiniti ceppi teologici e giuridici che imbrigliano la libertà.
Quest’identità statunitense di Occidente e libertà è tornata, dopo Yalta, a sostanziare di sé la nuova dicotomia del potere , distinta ormai fra un “Mondo libero” e un “Mondo socialista”: due mondi che appunto s’incontravano e confinavano nella Cortina di Ferro che tagliava in due l’Europa; e che convergevano nel far sparire il concetto stesso di Europa. La fine del tempo dell’equilibrio tra le due superpotenze (guerra fredda sì, ma anche spartizione e sotto molti aspetti complicità) ha condotto con chiarezza a una nuova situazione, definita appunto da Samuel P. Huntington: l’Occidente come cultura unitaria e compatta, ma caratterizzata dalla leadership della volontà politica e dei valori elaborati dagli Stati Uniti, cui la “vecchia Europa” è chiamata in molti modi a uniformarsi e rimproverata di non uniformarsi abbastanza. Dinanzi a questo nuovo “Occidente”, l’Europa – conforme del resto anche alla realtà geografica del globo dovrebbe forse rintracciare la sua vocazione di civiltà nata e cresciuta in stretto contatto con il mediterraneo, l’Asia e l’Africa, e alla luce di ciò rivendicare un ruolo di cerniera con gli “Orienti”. Essere occidentali ed essere europei non è più sinonimo.

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