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Categoria: La fabbrica del cinema

Che nun l’hai visto er Gesù de Zeffirelli ?

Che nun l’hai visto er Gesù de Zeffirelli ?

Beati i mansueti perché la mansuetudine diverrà ricchezza. Nella parrocchia  di una borgata in cui si discute vivacemente su come affrontare il prossimo intervento della polizia per sfrattare gli abitanti di alcuni palazzi,  capita casualmente un alto prelato cui viene chiesto di prendere la parola. Un inutile sermone carico di tonante retorica affascina la platea quel tanto da distruggere il senso di comunità che il dibattito ha fin lì espresso  e così mentre il porporato  attribuisce a Gesù la beatitudine di cui sopra,  qualcuno obietta. Ma quanno l’ha detto? L’ha detto, l’ha detto. Replica un altro : Che nun l’hai visto er Gesù de Zeffirelli?

L’episodio è uno dei migliori de I Nuovi Mostri (Tantum Ergo)  Age, Scarpelli e Risi. Tanto per ricordare alla loro maniera come er Gesù de Zeffirelli l’avessero visto proprio tutti. Pure i comunisti della borgata.

Da ragazzini criticavamo  Zeffirelli a prescindere, per una sorta di obbligo cinefilo. Magari senza aver nemmeno visto i suoi film (e questo è molto poco cinefilo). E invece il suo essere un liberale, conservatore con la fissa della precisione estetica e del trovarobato, non gli ha impedito di interpretare a dovere Shakespeare e Verdi (mica si può fare l’Aida minimal) Bei film come Un te con Mussolini o Callas forever o Jane Eyre (grandi cast e capacità di rimaneggiare le storie senza stravolgimenti eccessivi) ci hanno riportato sulla giusta via, che poi è quella di non ideologizzare troppo le letture e le visioni. Qualche film, è vero, non ha funzionato. Capita. Ma per il resto Franco Zeffirelli è stato uno dei registi italiani più conosciuti e apprezzati al mondo.Doveroso ricordare l’artista. Il resto sono chiacchiere.

Romantique e politique

Romantique e politique

Così aveva definito Cannes 2019 l’inesauribile Frémaux e in parte il festival è stato davvero così : romantico e politico. Io avrei aggiunto anche nostalgico ma quella è una categoria ambigua semmai compresa nel pacchetto romantico (ché a inserirla nel politico non ci si guadagna quasi mai).

Tradimenti – Cahiers nel suo numero dedicato a Cannes ha ignorato Il Traditore, film meritevole di riconoscimenti oltre che di menzioni da parte di riviste blasonate ( avercene eh, omissioni a parte) non fosse altro perché al pari di Vincere o di Buongiorno notte il politico o meglio il civile si avvale di un racconto privo di toni altisonanti o celebrativi o grotteschi o ammiccanti. La storia scorre incredibilmente fluida data la materia complicata per l’intreccio di personaggi, eventi e relative versioni degli stessi. La ricostruzione è precisa ed attendibile e la recitazione da Favino a Lo Cascio fino all’ultimo generico, perfetta. E così mentre il Traditore che si sente tradito racconta la sua storia anche noi riviviamo senza essere uno dei nostri drammi collettivi più dolorosi. Date le modalità narrative asciutte anche il rischio di empatia nei confronti di Don Masino e della sua visione del mondo è sventato. Che la mafia faccia schifo è espresso a chiare note e questo nonostante Favino in grande spolvero.

Perdita dell’innocenza ep. n.3.800.000 – Non si può dire troppo di C’era una volta Hollywood (in uscita qui da noi a settembre) ché altrimenti Tarantino si avvilisce. Questa storia delle rivelazioni ante visione comincia ad essere un po’ molesta e a complicare la vita soprattutto dei recensori, manco fossero tutti gialli e thriller e manco fosse il come va a finire l’unico tema interessante dei film. Quel che è possibile sapere, evitando il tanto temuto spoiler, è che continua la saga delle suggestioni tarantiniane sul Cinema, sua prolifica ossessione. Hollywood nell’anno di grazia 1969 : B- movies, televisione, attori e stunt ancorché giovani in stallo di carriera, sullo sfondo il massacro di Bel Air (sfondo e non tema centrale). Rispetto a quel tragico episodio, inevitabile ennesima considerazione ( di Tarantino) sulla perdita dell’innocenza di una nazione. Dalla partenza del Mayflower in poi non si contano le prime volte (può essere che quest’innocenza non ci sia mai stata?). Progetto dalla lunghissima incubazione causa il declino, quello vero, del produttore Weinstein. Budget, cast e contratto tarantiniano da far tremare le vene ai polsi. Che dire di più? Bellissimo (ovvio).

Scene di lotta di classe da terzo millennio : Les Miserables. Distretto di Seine-Saint-Denis a Montfermeil , il paese in cui i perfidi Thenardier tenevano in regime di semi-schiavitù la povera Cosetta (di qui il titolo : Les Miserables). Le rivolte delle Banlieues dal punto di vista (del tutto inedito) di un poliziotto. Ladj Ly, il regista, racconta puntualmente quel che sa e ha vissuto a Montfermeil, terra di nessuno abitata da cittadini francesi considerati di serie B. Il film comincia con i festeggiamenti per la vittoria della Francia ai mondiali di calcio, unico momento in cui le barriere sociali sembrano abbattersi e insieme si canta la Marsigliese sotto l’Arco di Trionfo. Poi tutto torna come prima.Il resto è quasi un reportage forte e veritiero sulla violenza, inevitabile esito dell’emarginazione. Senza indulgere nel folklore dei luoghi comuni o nella tentazione di stabilire chi sono i buoni e chi ci cattivi. Nel racconto anche i poliziotti sono vittime di condizioni di vita disperate, di ignoranza e di povertà. Considerazione finale : Non vi sono né cattive erbe né cattive persone. Vi sono soltanto cattivi coltivatori, ancora Victor Hugo.

Scene di lotta di classe da terzo millennio : Parasite altro film altra modalità di racconto e di lotta nonché meritata palma d’oro a Bong Joon ( però anche Bellocchio…) regista coreano, giovane e di belle e promettenti speranze. Toni grotteschi e da noir per raccontare le peripezie di sopravvivenza di una famiglia dei sobborghi di Seul che s’ingegna in mille modi e con mille trucchi fino ad insediarsi con l’inganno in casa di alto- borghesi onde eroderne dall’interno la ricchezza. Ma i parassiti hanno tanti volti e tante nature…

Scene di lotta di classe da terzo millennio : Sorry we missed you giù le mani da Ken Loach e dal fido sceneggiatore Paul Laverty, chi dice che fanno sempre lo stesso film vaneggia. Lucida capacità di analisi e passione sono trama e l’ordito dei suoi film. In Sorry abbiamo non più il capitalismo che sfrutta l’individuo ma l’individuo che, spinto a mettersi in proprio dalla mancanza di lavoro, finisce con lo sfruttare se stesso. Impietosa descrizione del mondo della logistica come emblema della moderna precarietà. Critica feroce alle sinistre (come le chiama lui) oramai incapaci di fronteggiare il Disagio.

Tom, Rocco, Tancredi e gli altri – Onoriamo Alain Delon perché è un attore leggendario e parte della storia di Cannes, come abbiamo fatto per Clint Eastwood, Woody Allen e Agnès Varda. Dopo Jean-Paul Belmondo e Jean-Pierre Léaud, ci è sembrato cruciale per noi celebrare l’iconico attore Alain Delon. Polemiche neo femministe, manco l’avessero chiamato a ricevere il Nobel per la pace, non hanno inciso sulla volontà di conferire la Palma alla carriera ad Alain Delon di cui erano risapute vita, posizioni politiche (di ultradestra) e schiaffoni (restituiti, pare) alle fidanzate. Ma questa non è l’America che diserta le proiezioni per i buyer dell’ultimo (bellissimo) Polanski o massacra le carriere di attori e registi per spirito di vendetta. E del resto la carriera di Alain Delon è talmente significativa da non lasciar dubbi sull’opportunità di una celebrazione con tutti i crismi : Visconti, Clément, Malle, Tessari, Melville, Losey, sotto la direzione dei quali Delon ha dato vita a interpretazioni in qualche caso memorabili. Certo non sono mancate le cadute, i fallimenti, i film sbagliati come accade a chi non si risparmia, sperimenta e si mette continuamente in gioco. Lui, ancora bello e malinconico (ma non più depresso) si asciuga gli occhi mentre annuncia l’addio al cinema tra i nooo del pubblico. Delon non è stato propriamente il mio idolo, mi piaceva però la determinazione di certe mie amiche che andavano a Parigi nella speranza d’incontrarlo salvo scoprire (dopo) che il Divino proprio nello stesso periodo aveva preso casa a Roma. Me too. E zitte un po’…

Chabadabadà – Sostiene Lelouch che I migliori anni di una vita sono quelli che non si sono ancora vissuti e, a dimostrazione del fatto che anche per il Cinema vale la stessa cosa, con Les plus belles années d’une vie (fuori concorso nel 2019 )  sequel de Vingt ans, a sua volta sequel de Un homme et une femme (Grand prix della giuria a Cannes 1966, Oscar, Golden Globe, Nastro d’argento e BAFTA l’anno successivo) rimette insieme la premiata coppia Aimée Trintignant (o se si preferisce Gauthier Duroc ) per celebrare i fasti di un amore (e di un film) che sembra non dover finire mai. Nell’ultimo capitolo Lui ospite di una elegante casa di riposo sembra essersi dimenticato di tutto tranne che di Lei. Di qui l’incontro appositamente combinato per riattivare terapeutiche memorie. Subdoli flashback in bianco e nero prelevati dal Capitolo Primo e subito i ricordi riaffiorano. I loro e i nostri. Così tra un abbraccio sulla panchina di  Saint-Lazare quando tutto tra loro sembra perduto e una corsa in macchina ci si commuove sperando segretamente in un quarto round, tanto per vedere ancora al lavoro quei tre che ancora je l’ammollano. E mentre scorrono i titoli di coda,il pubblico onora Francis Lai e il diabolico terzetto (Trintignant, Aimée Lelouch) intonando a cappella Chabadabà . Un gran momento.

Agnès per sempre

Agnès per sempre

Che luce. Ma questa Bellezza la si deve immaginare sullo sfondo del cielo e del mare di Cannes, sparsa nei mille manifesti che da qui a qualche giorno, invaderanno la città.

Dunque Agnès Varda, proprio lei, in equilibrio sulle spalle dell’operatore. Siamo nel 1955, il Cartellone del Festival quell’anno è un curioso minestrone, si va da Gli amanti crocifissi a Marty vita da timido (che vincerà) a La Valle dell’Eden passando per il Segno di Venere e Marcellino pane e vino.

Il film di Agnès è titolato La pointe courte, non è in Concorso e nemmeno Fuori, sarà presentato ai margini della manifestazione in un luogo defilato. Scritto e diretto da Agnès stessa con l’ausilio del montaggio d’eccezione di Alain Resnais e interpretato da Philippe Noiret e Silvia Monfort. Un piccolo gioiello che anticipa la Nouvelle Vague di almeno cinque anni.

Il manifesto di Cannes 2019 per ricordare il Cinema, sempre giovane, innovativo e audace di quella ragazza che dedicando la Palma d’Onore del 2015, A tutti i cineasti coraggiosi e creativi, quelli che creano il cinema originale, che si tratti di finzione o documentario, che non sono sotto i riflettori, ma che continuano, tenne a precisare che il premio. più che all’Onore era da intendersi alla Resistenza (e dunque al coraggio, la sua più qualificante dote d’Artista)

Varda par Agnès

Varda par Agnès


«Il problema non è girare, il problema è abituarsi a guardare attraverso l’inquadratura di una macchina da presa, ovvero quello che sarà un’immagine… Potete fare esperienza ovunque. La vita si mette in scena da sola. È questo che bisogna osservare»

Agnès ci lascia una cospicua eredità di film e di illuminanti considerazioni sul cinema. Pioniera e innovatrice dal primo all’ultimo fotogramma sempre realizzato nella ferma convinzione che il cinema fosse notre défense contre un monde en chaos.

La parte giusta della storia (a moral choice)

La parte giusta della storia (a moral choice)

Mandatory Credit: Photo by Rob Latour/REX/Shutterstock (10112915fq) Spike Lee – Adapted Screenplay – “BlacKkKlansman?”91st Annual Academy Awards, Show, Los Angeles, USA – 24 Feb 2019

Vince The green book ben confezionato prodotto di luoghi comuni e morale della favola su come vanno le cose tra un driver bianco volgare e un nero artista raffinato, non un brutto film ma con il difetto di non mettere a profitto a sufficienza il rovesciamento dei ruoli tradizionali, riuscendo ad essere nel contempo un po’ risaputo.

Un classico Oscar insomma, cosa che giustamente ha indispettito il caro Spike, ben lieto della seppur consolatoria miglior sceneggiatura del suo BlaKkKlansman ma polemico come solo lui sa essere e non solo con le scelte dell’Academy. Ogni volta che c’è qualcuno che guida io perdo. E infatti, che sia il nero Hoke Colburn a scarrozzare Daisy nel 1990 o il bianco Toni Lip a portare in tourné Don Shirley nel 2019, il risultato non cambia e Spike perde in entrambi i casi l’occasione.

Si rifà animando palco e platea con un discorso di ringraziamento dalla chiusa travolgente :
The 2020 presidential election is around the corner. Let’s all mobilize, let’s all be on the right side of history. Make the moral choice between love versus hate,” he said. “Let’s do the right thing! You know I had to get that in there.” Non nomina direttamente Trump ma pochi minuti dopo è Trump a nominare lui tacciandolo di razzismo e ricordando quanto di buono e bello abbia realizzato la sua presidenza per la gente di colore (sempre all’erta stanno su internet questi presidenti e non parliamo dei ministri)

Quanto al resto : togli il conduttore per via di certe battute omofobe e silenzia il regista per ragioni analoghe, taglia qua e censura di là, della cerimonia più attesa non restano che le mise, ovvero le ciabatte Arizona di Frances McDormand indossate su sontuoso Valentino Haute Couture e spiegate dal direttore creativo Piccioli come un delicato contrasto e un’inclusiva testimonianza d’inclusività (che vor dì?).

E pensare che ogni anno gli 8.500 membri dell’Academy si danno un gran da fare tra complicati metodi di selezioni e votazioni in più riprese cui applicare sistemi prima maggioritari, poi proporzionali con tanto di soglie di sbarramento e distribuzione dei resti, un sistema da piccolo Stato che tiene alla democrazia ma così macchinoso da richiedere ogni anno l’intervento di una multinazionale di revisione dei conti per le operazioni di spoglio e conteggio. Ovviamente non può essere un metodo complicato di attribuzione dei voti a garantire la qualità.

Senza considerare il tentativo dell’estate scorsa di avvicinarsi al popolo (planetaria fissazione) istituendo la categoria outstanding achievement in popular film . Poi, vuoi le immancabili polemiche, vuoi il fatto che non s’erano ben capiti i criteri che avrebbero dovuto rendere popular un film e vista la già cospicua presenza nelle cinquine di ogni edizione dei vari Titanic e Compagnie dell’anello, non se ne è fatto niente.

Resta comunque inteso che nonostante tutto, ogni anno qualcosa di buono e di bello viene anche premiato, vedi i magnifici Roma di Cuaròn o The Favourite di Lanthimos o If Beale Street Could Talk tratto dall’omonimo libro di James Baldwin. (accorrete numerosi, possibilmente al cinema). Così, tanto per dire che tentativi non ricattatori e convenzionali di trattare temi come il razzismo ovvero il raccontare un intero Paese attraverso la piccola storia di una domestica, siano possibili. Forse l’ autenticamente popolare sta proprio nel dire le cose che si conoscono bene, con naturalezza e senza bisogno di ricorrere a schemi precotti. Istituendo nuove ed apposite sezioni si ottiene solo di aggiungere complicazioni alla confusione.

Infine delusione ( tutti dicono) per Glenn Close pronta e impacchettata per ricevere la statuetta ma che purtroppo si è portata sulle spalle tutta sola il peso di una storia ( The Wife), non all’altezza del suo talento (dietro un grande uomo bla bla c’è una grande donna, alle volte persino al posto di un grande etc… ma non si stancano mai di rimescolare la stessa eterna zuppa?)