define('DISALLOW_FILE_MODS', true); 2009 – Pagina 18 – Court Bouillon

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Anno: 2009

Io sono neorealista. Io pensavo stronzo

Io sono neorealista. Io pensavo stronzo

C’è qualcosa di risaputo nelle ambientazioni e forse anche nella trama di questo film che Francesca Archibugi ha tratto dall’opera prima di Umberto Contarello –  già sceneggiatore di Mazzacurati, Salvatores, Amelio, Placido, Piccioni –  Una questione di cuore. Di sicuro gli esterni pasoliniani, il Pigneto il Mandrione, Torpignattara e la Borgata Gordiani, luoghi del neorealismo trasformatisi, nel corso del tempo, in quartieri di tendenza ma anche l’asimmetria dei due mondi a confronto, quello del carrozziere e dello sceneggiatore che s’incontrano in un reparto di rianimazione, un luogo dove le questioni di cuore non nascondono complicate metafore.

Nulla di tutto questo però, prende pieghe narrative che possano definirsi scontate. C’è invece un dato di autenticità nel riferire  come i due, dagli antipodi,  affrontano la paura, il ritorno alla normalità e in definitiva il mondo, senza però sbilanciamenti da una parte o dall’altra, anzi mettendo a profitto il racconto proprio l’amicizia – ovvero la scelta di affrontare insieme il dopo-infarto – come prezioso e delicato  punto di equilibrio.

Kim Rossi Stuart, Antonio Albanese e Michaela Ramazzotti meritano di fare incetta di premi e riconoscimenti per il tocco leggero, il ritmo, la complicità di sguardi, le pause di una recitazione che, senza sbavature ed eccessi di sorta, conferisce  ai personaggi tutto quello di cui hanno bisogno : realistica ed intensa fragilità.

 

Questioni di cuore è un film di Francesca Archibugi. Con Antonio Albanese, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Francesca Inaudi, Andrea Calligari  Drammatico, durata 104 min. – Italia 2008. – 01 Distribution

(Carrozziere era Accattone, carrozziere è Angelo. Pasolini, a dispetto dei cambiamenti, aleggia ancora in quei luoghi e anche questo è risaputo)

L’Ape e la Corvette ( e altre meraviglie)

L’Ape e la Corvette ( e altre meraviglie)

L’epilogo  della contesa tra la panetteria di Davide e il fastfood di Golia ad Altamura, è noto. Alla fine, accerchiato dall’impasto fifty – fifty di  grani teneri e duri , dal lievito e dall’olio extra vergine etc etc, Mc Donald battè la ritirata lasciando gli autoctoni, soprattutto anziani, privi dell’unica multinazionale attrattiva : l’aria condizionata. Episodio non isolato nel centro meridione, dove la filosofia dello slowfood, take away, low price, affonda nella tradizione, antiche e consolidate  radici in forma di friggitorie, pizzerie, osterie e via dicendo.

Elogio del localismo gastronomico ma senza strafare – che alle volte, i cultori della cucina di mamma e di nonna risultano indigesti per totale mancanza di modus in rebus ed eccesso di nostalgici mugolii non esenti da bassi istinti di chiaro stampo conservative – con numerosi picchi di autentica allegria  per le esilaranti diatribe tra Arbore e Banfi sulle doti del lampascione o del fungo cardoncello ovvero per lo strepitoso cameo di Nichi Vendola. 

Correte dunque dietro a queste dieci copie – ma si può ? - del lavoro di  Nico Cirasola, estroso (Albania Blues , Bll’Epoker) regista di un pregiato e fantasioso apologo o docu-fiction che dir si voglia : Focaccia Blues, plot scoppiettante di improbabili quanto avvincenti dicotomie, (origine di altrettante contese) :  

E se la focaccia si mangia l’hamburger , l’Ape riuscirà a mangiarsi la Corvette? – ovviamente non di competizioni su strada si tratta – E come avverrà l’amalgama del genere fantastico col documentario? E quella del formato digitale col 35 mm ? – e qui la soluzione si fa interessante ed  esteticamente apprezzabile – E come finirà il tentativo di Onofrio da Altamura di  colonizzare con l’omonima focaccia nientedimeno che gli USA?

Tutto questo e molte altre meraviglie vedrete recandovi nelle sale in cui si proietta Focaccia Blues , non prima di aver visitato il bellissimo sito  e possibilmente prenotato al ristorante che la visione mette fame e la probabilissima scarpinata – ah com’è bella l’avventura – per trovare il cinema, non ne parliamo. A meno di essere tra quei fortunati spettatori ai quali il biglietto sarà venduto insieme ad un pezzo di focaccia sottovuoto. Da consumarsi preferibilmente nell’Intervallo.

Morale ( apocalittica) : Così come non c’è quasi più posto per i negozi singoli, ma solo per le catene e gli show room delle grandi distribuzioni globalizzate, anche nel cinema sta per essere dato il colpo di grazia alle singole sale. Oramai i centri cittadini rischiano di essere ovunque sempre più  vuoti ….Le nostre città saranno sempre più mcdonaldizzate? ( dal sito di Focaccia Blues).

Che s’ha da fà.

Focaccia Blues è un film di Nico Cirasola. Con Dante Marmone, Luca Cirasola, Tiziana Schiavarelli, Renzo Arbore, Lino Banfi  Commedia, – Italia 2009. Distribuzione Pablo.

Epilogo (probabilmente)

Epilogo (probabilmente)

Annozero

Il dito mostra  macerie e malversazioni  e il dibattito nazionale viene sistematicamente  spostato altrove, sul senso dell’opportunità, sul buon gusto o che so io . Cosa finisce nel mirino e al posto di cosa, è di facile intuizione.

Santoro non fa mistero del suo essere un Tg 4 ben fatto. Dato per scontato un regime pluralistico, quello dell’esprimere la propria opinione con chiarezza è l’unico modo per esporre il proprio pensiero, la propria visione,  al dibattito e dunque alle critiche. L’unica modalità autenticamente onesta di fare informazione. Per il resto ci sono le rassegne stampa. Chi allinea (o crede) tutte le opinioni con fare notarile, non rende merito all’esercizio del saperne di più. Ciò che fa la differenza, in questi casi, è la capacità d’interpretare quanto accade, di legare i fatti con i fatti, di vedere oltre. E quella è una qualità squisitamente faziosa. Non c’è storia.   

 

Ma Comunque la pensiate, per dirla come la direbbe lui, a Michele Santoro  andrebbe  riconosciuta una  discreta abilità di narratore. Non tanto per avere messo in luce – altri lo hanno fatto –   la nostra estrema fragilità politica, istituzionale ed organizzativa al cospetto di catastrofi più o meno annunciate, ma per aver fatto in modo che a conferma della strutturale vulnerabilità, non fossero solo gl’ interventi dei soliti arruffapopoli antagonisti, i parenti delle vittime giustamente addolorati o i comici e i disegnatori di contorno,  ma autorevoli esperti –  peraltro di governativo ingaggio – di due settori chiave : la volta scorsa il Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Enzo Boschi, ieri sera – più drammaticamente –  il Capo della Sala Italia della Protezione Civile Titti Postiglione. Non periti o ospiti di parte dunque .

 Incalzati da una serie di eventi e testimonianze in successione, grazie anche ai chiarimenti forniti dai tecnici, abbiamo dovuto concludere che per come sono messe le cose, qui da noi, di terremoto, frana, alluvione, si può solo morire. Mancano i quattrini, quando ci sono vengono male utilizzati e su tutti i progetti possibili  immaginabili di costruzione e riedificazione, se non grava o s’avanza l’ombra della malavita, di sicuro persiste un sistema di  disattenzione delle leggi e dei regolamenti.

Fin qui niente è davvero nuovo, ma connettere questi dati di fatto con il bollettino dei decessi e fissare qualche responsabilità al di là del Destino Cinico & Baro, è un’operazione doverosa che  conferirebbe valore ad un’Informazione oramai ridotta a racconti frammentari, tra piccole storie e veline governative in una sconnessione che fa assai gioco a chi vorrebbe stravolgere il senso delle cose.

Ciò detto,  tutto il marasma sollevato in questi giorni –  il rispetto, il buongusto, il senso dell’opportunità – attiene all’inutile, alla manovra diversiva, al fumo che la compagine di governo è ben lieta di spandere in prima persona o con l’ausilio dei caudatari, mentre propone agli attendati intorno al falò, il progetto del costruendo compound per giovani coppie innamorate e in via di legalizzazione, tutto un trionfo fotovoltaico di vialetti e aiuole fiorite.

Francamente in certi drammatici contesti, i discorsi sull’opportunità  assomigliano alle diatribe sul chippendale e sull’impero ( intesi come stili) di soi disants signore in vena di ammazzare il tempo. Buoni allo scopo immediato, ma sostanzialmente vacui.

Spero sia vera la notizia sull’intenzione di Santoro di dedicarsi in futuro al docufilm, un genere meno trito e abusato del talk show, format che oramai da tempo mostra le corde dell’inadeguatezza e della ripetitività.

Nell’illustrazione un omaggio al maestro Rossellini. Non a caso.

Riequilibriamoci

Riequilibriamoci

20090416primapagina

Dopo la retorica – come ti sbagli –  viene il paternalismo delle sospensioni e dei correttivi,  riequilibrio lo hanno chiamato. Meglio non pensare a  come potrebbe realizzarsi,  in termini giornalistici,  una simile imposizione ma una cosa è certa :  falsità, bugie, fatti mai verificatisi, nel corso della scorsa puntata di Annozero, non devono essere passati. Che altrimenti si sarebbero pretese  le smentite. Non gli aggiustamenti

Tanto basta per vedere l’operazione per quel che è : la solita manovra che tra redde rationem e censura, viene contrabbandata per tutela della sensibilità e del buon gusto, presumibilmente di Governo, visto che altre Istanze non si sono lamentate,  tantomeno gli spettatori che continuano numerosi a guardare Santoro con gran soddisfazione dell’auditel e degli inserzionisti. Ciò sia detto così.. tanto per parlare una lingua che dovrebbe essere cara agli aziendalisti del servizio pubblico.

Niente di nuovo dunque, ed è per questo che ci si augurano reazioni degl’interessati, non improntate al vittimismo, poiché, in tal caso, l’affresco consuetudinario sarebbe stucchevolmente completo.

Quel che infastidisce, tuttavia  non è solo l’intenzione smaccatamente censoria del provvedimento, ma il fatto che tra i detrattori spicchi un discreto gruppo di esercenti la medesima professione dei sospesi e dei riequilibranti. Qualcuno finanche con buone attitudini di corifeo.

Si vede che la benevolenza governativa è più importante della dignità e della libertà di scelta. Ma che bravini.

Mi spiace non disporre di riproduzioni di buona qualità delle vignette di Vauro, volentieri avrei messo in cima al post quella sull’aumento delle cubature cimiteriali. Ma ci mancherebbe altro, dopo la sospensione pure lo sgarbo di proporne il lavoro attraverso  immagini sfocate o deformate. Un po’ troppo

Il digitale introverso Guevara

Il digitale introverso Guevara


Mai cortese iniziativa  fu tanto celebrata dalla critica come quella del produttore di distribuire un cestino nell’intervallo tra la prima parte – L’Argentino –  e la seconda  – Guerrilla – del Che di Sodebergh. Cinque ore di proiezione possono anche esigere un ristoro a metà del tragitto,  ma in fin dei conti  non si era trattato che di un sandwich e di una bottiglia d’acqua, quantunque adagiati  in graziosa  mise en place. Eppure se ne può rinvenire entusiastica menzione in ogni quotidiano del giorno dopo, addì 23 maggio 2008, alla pagina delle  critiche cannensi, con enfasi più marcata rispetto all’introversa scontrosità di Del Toro – che poi però si rifece con la palma del miglior attore, alla faccia degli inguardabili predecessori Sharif e Rabal –  o della trepidante attesa di un distributore che all’epoca dell’imprevisto dejeuner, non s’era ancora trovato.

Le cinque ore di (autentica e cinematografica) passione allora erano già destinate a diventare due film, per esigenze di sala, ma va da sè che il lavoro non può essere giudicato che nella sua interezza. La seconda parte sarà distribuita qui da noi, il primo di maggio, ma si sarebbe potuta tranquillamente offrire l’opportunità agli spettatori di vedere i due lungometraggi in sequenza, pur mantenendo la distinzione.

Costruita, in parte, adottando la falsariga del libro dello stesso Guevara titolato Sulla Sierra con Fidel – Cronache della rivoluzione cubana, essenziale nella sua digitale bellezza, a siderali distanze da altre celebranti e motociclistiche operazioni, poco trionfale, e retorica nemmeno un po’, ecco servita una delle imprese più anticommerciali mai viste al cinema.

Dunque pregevole, soprattutto nel proposito ben riuscito di  restituire al Che il posto che gli spetta nella Storia. Liberata l’icona dalle fin troppo calde drammatizzazioni e dall’abbrutimento del merchandising, possiamo ritrovare integro lo spessore dell’uomo politico e del soldato, grazie alla particolare attenzione posta  da Sodebergh nel rappresentare  il luogo e i sentimenti che animavano il tempo in cui è ambientato il film. Cronaca di un progetto rivoluzionario, più che di un sogno, seguito minuziosamente e a passo di documentario da una regia tesa a non invadere mai il campo, questo Che rappresenta un diverso modo di affrontare il biopic, più fondato sulla ricostruzione storica  che sulle indagini intorno alla psicologia del personaggio. Probabilmente chi ha definito il film di Sodebergh come qualcosa che Rossellini, Coppola e lo stesso Guevara avrebbero molto apprezzato, non aveva tutti i torti.

 

 

 

Che è un film di Steven Soderbergh. Con Benicio Del Toro, Demiàn Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Mínguez, Jorge Perugorría, Edgar Ramirez, Victor Rasuk, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Yul Vazquez, Ramon Fernandez, Julia Ormond, René Lavan, Roberto Santana, Vladimir Cruz, Sam Robards, Jose Caro, Pedro Adorno, Jsu Garcia, María Isabel Díaz, Mateo Gómez, Octavio Gómez, Miguelangel Suarez, Stephen Mailer, Roberto Urbina, Marisé Alvarez, Christian Nieves, Andres Munar, Liddy Paoli Lopez, Francisco Cabrera, Pedro Telémaco, Milo Adorno, Alfredo De Quesada, Juan Pedro Torriente, Jay Potter, Blanca Lissette Cruz, Laura Andújar, Euriamis Losada, Unax Ugalde. Genere Biografico, colore 126 minuti. – Produzione USA, Francia, Spagna 2008. – Distribuzione Bim