Quando si dice visione

lav-diazAddentrandovi nelle pieghe della Rassegna Stampa Veneziana  leggerete che The women who left, Leone d’oro 2016, è un film di ben 226 minuti (con uno o più punti esclamativi o puntini di sospensione a piacere)  e che tale perniciosa dilatazione dei tempi,  definita con grande  spreco di aggettivi  acquatici (fluviale, torrenziale etc), concilia il sonno o la fuga dalla sala. Rivendicando  il critico il proprio sacrosanto diritto di spettatore ronfante o fuggitivo, apprenderete così che egli  ne scrive avendo visto, se va bene, il film a metà.

A seguire e per meglio accompagnare la disperazione con straccio delle vesti di Distributori ed Esercenti,  vi sarà anche offerta l’occasione di apprezzare l’expertise  di campioni del box office italiano  i quali, pochissimo tergiversando, concluderanno  che certi premi non aiutano. (altri che non hanno visto ma ne parlano si aggiungono alla fitta schiera)

Infine che The women who left è un film noioso.

Tutto qui? Più o meno

Se non la ritenessi indispensabile mi verrebbe da scrivere lasciate perdere la critica e  andate egualmente a vedere questo film destinando alla visione le aspettative che merita. Oppure che la dicitura completa del Festival continua ad essere Mostra d’arte cinematografica e comunque che il cartellone di quest’anno, ben calibrato tra film noiosi – un nuovo genere? – e rutilanti di hollywoodiana fattura, offriva a noi ampia panoramica sullo stato delle cose cinematografiche nel mondo e, di conseguenza, alla Giuria discreta possibilità di scelta.

Oppure adottando una modalità di argomentazione ironico-paradossale molto in auge, che, in fondo rispetto  alle nove ore di  Death in the Land of Encantos, il regista  Lav  Diaz con questi suoi ultimi duecentoventisei minuti ha finalmente trovato la sintesi.

Invece dirò che per raccontare (mostrando e non spiegando)  la Complessità in contesti di cui così poco sappiamo, la dilatazione del tempo attraverso lunghe inquadrature e i dialoghi ridotti all’osso fanno parte di una scelta artistica  plausibile e sin necessaria all’Idea di Cinema che Lav Diaz ha ben impressa nella mente. E che quando da location per niente accattivanti emerge così immediata la Bellezza, siamo di fronte all’esito di  una lavorazione attenta e  meticolosa  affidata a specialissimi effetti quali l’impiego del bianco e nero, un modo particolare di usare la Luce, una recitazione ineccepibile.Quando si dice un gran mestiere.

Ecco perché una Mostra che si rispetti non può esimersi dal promuovere questo cinema che diversamente, data la scarsezza complessiva dei mezzi ( 75.000 dollari di budget) non troverebbe – e sarebbe un peccato –  cittadinanza nemmeno nei circuiti più segreti e  misteriosi della cinefilia arrembante.

Poi certamente ci sono i gusti ma se la Critica dovesse essere affidata solo a quelli allora tanto varrebbe far scrivere di cinema la Santanché e il suo nuovissimo innamorato Dimitri d’Asburgo – Qualcosa, rincorsi sul red carpet e intervistati sul tema dell’Amore che, manco a dirlo, vince sempre.Roba che manco all’epoca del Conte Volpi.

The women who left è una storia (liberamente tratta da un racconto di Tolstoj Dio vede la verità ma non la rivela subito) di una donna accusata ingiustamente di omicidio che, finalmente riconosciuta innocente, esce dal carcere dopo trent’anni e ritrova un Paese in cui sono rimaste immutate solo violenza e ingiustizia.Temi non inediti della Casualità che soprintende le nostre vite e della umana fragilità sobriamente ed sviluppati in elegante e non fine a se stessa cornice.

Grande prova della protagonista Charo Santos-Concio impegnata a rendere con evidenza il ruolo non semplice di chi è alla ricerca (desiderata e temuta) della vendetta nei confronti del suo accusatore ma anche di una sorta di propria  riedificazione di se stessa vissuta e realizzata attraverso la  solidarietà nei confronti di un’umanità dolente e messa forse peggio di lei. Da vedere con animo sgombro da preconcetti.

 

Dedicato dal regista al popolo filippino per la sua lotta e alla lotta dell’umanità.The women who left è un film di Lav Diaz. Con Charo Santos-Concio, John Lloyd Cruz, Shamaine Buencamino, Nonie Buencamino Titolo originale Ang babaeng humayo. Drammatico, durata 226 min. – Filippine 2016.

 

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E adesso spogliati (liberté égalité décolleté)

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In qualunque modo si chiami  la tenuta con cui la signora qui sopra ha inteso stare in spiaggia,  è evidente che i tre gendarmi, pistola alla cintola e sfollagente in spalla, le stanno intimando di spogliarsi.

Nel terzo millennio si cambia verso: dopo la disapprovazione, le  multe e le ordinanze contro le scollacciate, gli ombelichi al vento e le gambe in mostra, il Nuovo Corso impone la nudità in spiaggia con tanto di forze dell’ordine schierate a tutela della Libertà, dell’Integrazione, della Laicità e di non so cos’altro.

Combattere le costrizioni,il maschilismo, la società patriarcale e tutto il resto del corredo sarebbe cosa buona e giusta ma diventa un vuoto ed ipocrita esercizio nel momento in cui la cospicua schiera dei Paladini dei Nostri Valori  sostiene a viva forza  la tesi che prendersela con le (eventuali) costrette  sia il passaggio indispensabile  di una  battaglia di civiltà : un po’ come se combattere la Povertà cominciando col  linciare  i poveri, avesse senso.

E così la libertà di scelta che tanto ci preme tutelare, per questa appartenente alla comunità musulmana semplicemente non c’è, non ci sono per lei le condizioni.Non le è data. Ovunque si giri, trova un’Istituzione civile o religiosa che le dice come essere.A partire dall’abito.

L’unica soluzione per tenersi lontana dal  conflitto tra  differenti tipi di imposizione, è starsene a casa (che di tutti i contributi all’integrazione e alla libertà delle donne resta sempre il più efficace)

L’espressione della signora, del resto, non ha bisogno di ulteriori commenti.E non parliamo poi di quella dei gendarmi.

Troppo presto si è dismessa l’unica asserzione autenticamente rivoluzionaria del Movimento delle donne nel secolo scorso : il corpo è mio.

E proprio nel momento in cui sul corpo delle donne e sulla di loro libertà continuano a combattersi  vere e proprie guerre, si è abbandonato quel terreno aprendo varchi a  inappropriate pretese di supplenza, come se qualcuno, ministro o sindaco, potesse incaricarsi di definire e imporre l’altrui modo di essere liberi. O peggio  laici. Laddove laicità ed intolleranza non sono concetti precisamente compatibili.

Lontani i tempi in cui le ragazze saudite, iraniane o egiziane venivano in Europa per studiare e senza che alcuno legiferasse o aprisse dibattiti,  di velo e palandrane manco l’ombra. A riprova del fatto che i metodi coercitivi non hanno mai liberato nessuno.Sopratutto nessuna.

 

 

Foto da The Telegraph

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Perchè non posso credere ai miraggi

Campi

 

Poiché considero il populismo una malattia grave, i predicatori un cancro e le pari opportunità indispensabili allo sviluppo di una società civile, non ho potuto votare a Roma la prima sindaca, giovane  donna di successo  che oltretutto annovera tra le sue peculiarità, quella di essere esponente di un movimento che ha contribuito con pensieri, parole, opere ed omissioni non poco ad imbarbarire  il già sfibrato dibattito politico nazionale e cittadino.

Mi sarebbe piaciuto esultare ma con buona pace del mio passato di belle speranze e qualche battaglia, le donne che raggiungono postazioni di rilievo mi commuovono solo a patto di un curriculum significativo e una granitica fede nella propria autonomia.

Candidatura esemplare, esito di un’operazione di marketing elettorale volta alla ricerca di figure gradevoli e rassicuranti, docili al punto da poter esigere firme in calce a contratti di fedeltà alla Causa, al Movimento e alla Casaleggio Associati, Virginia non poteva rispondere alle  istanze cui tengo di più. Anzi i passaggi della sua vicenda, emblematica di quell’arroganza maschile che, messa all’opera, devasta più di dieci bombe d’acqua con esondazione del Tevere e dell’Aniene, hanno contribuito molto a indirizzare il mio voto altrove.

Né avrebbe potuto convincermi  la lettura dei  suggestivi undici punti  programmatici  fatti di biciclette, pannolini da lavare, gran bevute dell’acqua del rubinetto e baratti (in ogni caso privi del  come incentivare le attività contenute in ciascuno dei capisaldi di questo incredibile e glorioso ritorno al secolo scorso).

 

Non parliamo poi della sezione relativa alle cospicue pendenze comunali – il famoso Debito –  di cui  risulta a tutt’oggi  oscura la modalità di rinegoziazione, visto che la stessa non è, in massima parte, nelle disponibilità del sindaco di Roma.

 

Così la favola bella, già appannata ai tempi della proposta del sindaco Marino per l’assessorato alla sicurezza, in un primo momento accettata e poi sconsigliata alla Raggi dalla Casaleggio, ha continuato la sua parabola discendente nel corso di una campagna elettorale molto rivolta ad accontentare tutti : autisti dei mezzi pubblici, operatori della nettezza urbana, tassisti, dipendenti comunali, le di loro famiglie e i di loro sindacati (specie se di destra) difesi nel corso di scioperi volti particolarmente a far intendere chi comanda a Roma e ai quali si sono promesse ristrutturazioni aziendali senza torcere un capello ad alcuno.Tutta gente questa che, rinfrancata, è poi corsa a rimpinguare il  composito bacino elettorale delle Stelle.

E a Roma, si sa, dai speranza alle corporazioni e hai bello che vinto il Campidoglio.

Che dire in questo paradiso di mistificazioni,di gnaolamenti,di tempistiche missive coniugali e della retorica commossa della ragazza (a trentotto anni?) chesièfattadase, che pende a sinistra col mercatino del riuso ma si è formata  in studi legali contigui alla destra. Quelli dove entri solo se sei fidata.E affidabile.? (Alla faccia dell’anti-sistema)

Niente, se non che pur comprendendo l’elettore che  preferisce affidarsi al sogno (ne abbiamo passate..) piuttosto che alla razionalità, devo ammettere che, a queste condizioni, nemmeno la speranza mi è concessa.Salvo quella che questa tiritera moralistica duri il meno possibile .

Magra ma unica consolazione.

 

 

 

 

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Rope-a-dope (il più grande)

ali defeating williams

Una volta alle corde puoi ancora scegliere di vincere. Anzi, alle corde puoi  decidere di cacciartici da solo. Per vincere.

La tecnica di sfiancare l’avversario – più forte,in quel caso,e più giovane – da una posizione solo apparentemente sfavorevole è raccontata nel dettaglio da Normal Mailer nel suo bellissimo La sfida, cronaca dell’ incontro di Kinshasa , significativo per il contesto in cui avvenne,  ma soprattutto per il confronto tra esponenti di differenti visioni del mondo,  o se si preferisce,  del diverso modo di essere  negri a questo mondo.

Alì vs Foreman. Non a caso.

Non ci era voluto molto ad Alì per diventare il simbolo del riscatto dell’intero continente africano, al povero Foreman, negro pure lui,  non rimaneva altro se non il ruolo di chi ce l’ha fatta ma s’è in qualche modo adeguato al mondo dei bianchi. L’urlo ossessivo della folla Alì boma ye  (Alì uccidilo) può essere utile a definire il clima in cui avvenne l’incontro.

Come si conviene ad ogni autentica leggenda, intorno ad Alì è stato prodotto cospicuo materiale, fiumi d’inchiostro e chilometri di pellicola tra aneddoti, virgolettati, film, documentari, libri, articoli di giornale.

La sua lezione più interessante tuttavia resta quella di Kinshasa :  il  rope-a-dope,  abilità psicologico-atletica che  mira ad indurre l’avversario in errore, schivandone i colpi. Costretto a colpire l’aria, l’antagonista perde forza, si disorienta e infine cede.

La boxe non è solitamente uno sport per signore  ma il martellante entusiasmo con cui la maschietteria di casa aveva ingaggiato la battaglia per assistere all’incontro con Frazier al Madison Square Garden – nel 1974 ci si spostava con meno disinvoltura di adesso – e gli infiniti racconti  del rientro convinsero anche noi femmine che c’era in quell’Alì qualcosa di fuori dal comune.Il che,oltre la boxe, fu vero per il resto dei suoi giorni.E con ogni probabilità dei nostri.

 

(in alto l’epilogo dell’incontro Alì vs Williams del 1966 in una foto famosa )

 

 

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Qualunque cosa significhi famiglia

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(Una coppia è una coppia).Non ci sono differenze né graduatorie in merito ad esigenze di tutela o di cura nella famiglia formata da Giorgio e Ugo, Giovanna e Giuseppina, Mario e Maria.Non ci sono nelle coppie omosessuali dinamiche così straordinarie o curiose (anche la noia, incredibilmente,è la stessa)  da impensierire il legislatore meticoloso.

 

(Un figlio, comunque generato, è un figlio) : ha bisogno di figure genitoriali  cure, amore, rassicurazioni,asili, scuole palestre e piscine. Maternità e paternità  sono fatti sociali.

 

E in qualunque lingua vogliamo chiamare l’istituto che renderebbe, a tutti gli effetti,
 un figlio, figlio del  genitore non biologico, l’iter di adozione non può conoscere ostacoli  dati da sentimenti fobici o da idiosincrasie per presunti incoraggiamenti di surroghe materne gratis o a pagamento.L’unica ricaduta dell’assenza di  regolazione è il caos e l’unica surroga da evitare accuratamente e che le Corti, in mancanza di indicazioni precise, sostituiscano il legislatore.

 

(Un diritto è un diritto ) Hanno ragione i detrattori della Legge Cirinnà a sentirsi circondati,  in qualche misura lo sono davvero ma questa considerazione che nasce – pensa te – da Elton John,prosegue con Nicole Kidman e approda a traveggole senatoriali  di baci tra uomini in Tribuna, piuttosto che sollecitare suggestioni  omofobiche, dovrebbe suggerire letture più razionali. Ovvero che le numerose presenze percepite come inquietanti o minacciose, altro non sono se non l’indizio sicuro di una mutazione degli assetti  cui il legislatore non può sottrarsi pena veder svilito la propria fondamentale missione di accompagnare i cambiamenti con opportune misure.Tenendo conto che il riconoscimento di un diritto non riguarda solo l’esistenza di chi ne usufruisce ma reca benefici all’intera società.

Cinquecento ( mal contati probabilmente) ragazzini aspettano di veder riconosciuto un diritto elementare.E noi,qualunque cosa significhi famiglia, aspettiamo insieme a loro che la società in cui viviamo diventi più attenta.E più giusta.

 

 

Nell’illustrazione Eros Ramazzotti sventola nastri arcobaleno a Sanremo 2016 (data la vastità della platea e il bisogno che si ha di parlare alle persone) un’iniziativa lodevole

 

 

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