Arrivano i nostri

Pochetti in verità. A parte Visconti con il Gattopardo restaurato dall’infaticabile Scorsese e dalla sua The film Foundation – più una lista di partners, Maison Gucci in testa, che pare l’elenco del telefono – o Marco Bellocchio, versione lectio magistralis ( brillantissima ) sul Cinema, l’Italia  schiera Michelangelo Frammantino, alla Quinzaine con Le quattro volte,  film a episodi, bello e possibile, visto che non va male manco nelle vendite, sulla teoria pitagorica delle quattro essenze  – razionale, minerale, vegetale ed animale –  dell’uomo,  girato in Calabria senza dialogo e con attori non professionisti e Daniele Luchetti in concorso con La Nostra vita. Titolo  pretenzioso  ma solo in apparenza. Data l’antiretorica luchettiana, il rischio pamphlet può essere automaticamente escluso.

Chissà il ministro Bondi e il sottosegretario Giro, sostenitori del cinema ottimista e da brochure promozionale, che diranno di questo viaggio nelle periferie delle periferie romane – quelle pasoliniane oramai navigano  alla velocità di ottomila al mq, se bastano – dei centri commerciali-paese dei balocchi, della smania di far soldi per consumare di più e del consumo come formula compensativa o risarcitoria pressocchè unica per fallimenti, disastri esistenziali, lutti,  in una parola : per vita di cacca?

Il muratore che aspira alla promozione sociale e senza esitazione adotta scorciatoie di ogni tipo, è La nostra vita, come ne fanno parte l’avidità con i suoi  infiniti corollari,  dai ricatti, ai  subappalti selvaggi, alle morti bianche. E fin qui niente di nuovo : questo è tristemente il Paese che ha perso l’orientamento e non sa più distinguere tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Tuttavia lo sguardo che  si attarda sul disastro, non è  quello che in nome di un non meglio identificato senso di superiorità morale o intellettuale  giudica condannando o assolvendo storie e personaggi.

Più semplicemente Luchetti si limita a raccontare la vicenda con estrema puntualità ma senza interferenze di sorta. Una modalità a distanza che allarga il campo lasciando lo spettatore libero delle sue considerazioni, assai diversa da quella più classica del film di denuncia, meno banalizzante e risaputa ma anche più esposta a dissensi o a rilievi di ruffiana moderazione.

Con ciò il film guadagna in veridicità, sin nel finale considerato happy e che invece mette in evidenza un’altra spinosa realtà : quando tutto manca – istituzioni, banche, regole, scuole d’impresa  o quel che è  –  l’unico soccorso anche materiale viene dagli affetti, dalla famiglia, dagli amici . Sempre che ci siano.

E qui ci sono, ma basta guardarli per sentirsi lontani dall’idea della Sacra Famiglia che s’immola senza batter ciglio.
Germano eccessivo e nevrotico come dev’essere il personaggio che interpreta – e che se non gli danno qualche Palma, mi arrabbio – Il resto del cast è bravo di suo e di ottima, non invadente, direzione.

Bondi se ne faccia una ragione : questa è la Nostra Vita. E il nostro maltrattatissimo, in Patria, Cinema. Gli sia gradita l’occasione, tra un’elegia e l’altra, di lavorare per rendere migliore l’una e l’altro.

La nostra vita è un film di Daniele Luchetti del 2010, con Elio Germano, Raoul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi, Giorgio Colangeli, Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola. Prodotto in Italia. Durata: 100 minuti. Distribuito in Italia da 01 Distribuzione

Questo post è catalogato in Cannes 2010, La fabbrica del cinema. Vai al permalink.

1 Commenti

  1. jeneregretterien commenta:

    si, figurati questi cosa imparano.
    Ora sono tutti intenti a distruggere i teatri lirici che il teatro è già bell’e morto, se non fosse per quelli che ci credono e disperatamente lottano per evitare che affoghi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.