define('DISALLOW_FILE_MODS', true); 2009 – Pagina 17 – Court Bouillon

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Anno: 2009

Venne maggio

Venne maggio

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Cartello : Il mondo che vorrei . E di seguito i logo di una caterva di sponsor. Impossibile non pensare a Naomi Klein (e a chi ha impostato la grafica). Visti i fatti comunque, il mondo che vorrei, pare proprio che non possa fare a meno di finanziatori, ancorché meritevoli di lode per impianti fotovoltaici e munifici in compagnie assicuratrici di bandiera. Senza il loro apporto, il concerto sarebbe stato a rischio. Era dunque nelle cose che la scaletta e le star di punta fossero in armonia con quello che è stato definito il maggior impegno degli sponsor.

Solo non mi è mai chiaro se questi divi che percorrono le generazioni senza saltarne nemmeno una,  procurando in egual misura grappoli di extrasistole alle bisnonne e scariche d’adrenalina ai pronipoti, siano un segnale di qualità che prescinde dallo scorrere del tempo o di cattivo stato di salute della capacità di rinnovarsi della musica catalogata leggera rock pop o quel che è.

Certo, ma che senso ha cantare sono un ragazzo di strada adesso che ragazzi di strada lo sono diventati un po’ tutti ?

Conosco poco Vasco Rossi, non fosse stato per De Andrè e per la premiata ditta Castellitto & Mazzantini che ha impiegato un suo brano in Non ti muovere, non mi sarei mai soffermata ad ascoltare la sua musica. Per il resto – ma è un mio limite – le sue canzoni, come quelle di altri pur celebratissimi, sono del tipo  da un orecchio mi entrano e dall’altro mi escono. Non mi è sembrato tuttavia così sconveniente affidare a lui il ruolo di testimonial di importanti iniziative. Con i tempi che corrono e le difficoltà che si trovano a trasmettere idee di vera solidarietà, una platea di ottocentomila presenti e qualche milione a casa, diventa un’occasione preziosa.

Sia lodato dunque il fotovoltaico che ci ha permesso di ascoltare anche Marina Rei e Avitabile – eh si, le percussioni – quest’ultimo investito dell’importantissima missione di riscattare Portici. Non solo Orfane – belle- di- Papi- da quelle parti.

Miriam non Miriam

Miriam non Miriam

 

Hanno ragione coloro i quali attribuiscono a Silvio Berlusconi la capacità di aver prima sconvolto e poi ridefinito i termini del dibattito politico. Prova ne è che ad ogni apparir di ragazzotta di belle speranze, sulle liste elettorali del PDL – dalla Gardini in poi, non una novità –  i fieri oppositori si lasciano beatamente coinvolgere in una querelle all’insegna dell’ uguale e contrario, conclusione : replicano  volgarmente a qualcosa che ritengono  volgare.

E vai col tango del trito repertorio misogino e della terminologia più vieta, manco fosse colpa di quelle sprovvedute se la politica si è così ridotta.

Ma il punto non sono ovviamente le ragazze  e anche se il tema della presenza femminile è stato  posto in modo intelligente da Sofia Ventura, si tratta di allargare la riflessione ad un terreno più ampio di cui la reificazione delle donne  è uno dei pilastri,  ma non il solo.

Perché una cosa è certa :  o il  problema della compilazione delle liste diviene un caso che riguarda in generale il modo in cui gli apparati di partito, provvedendo in via esclusiva all’autoconservazione, selezionano una classe dirigente funzionale alla propria immagine,  oppure continueremo in eterno a moraleggiare  con ridicole varianti del dove andremo a finire, per via di  quattro belle figliole definite scioccherelle e inadatte per profilo, al ruolo in questione.

Che si tratti di collocamento per principi azzurri e starlette o di prepensionamenti eccellentissimi, il problema è uno solo. Ed è politico. Mi spiace, per lo spessore di Luigi Berlinguer che indiscutibilmente si pone a distanze siderali da quello di qualunque blasonato o ballerina o soi disant gggiovane – trombato alle Politiche e riproposto come una minestrina riscaldata alle Europee –  ma la faccenda è metodologica e  riguarda anche un tipo di candidatura come la sua.

Finché  saranno logiche partitiche spicciole e interessi di bottega a soprintendere la scelta dei candidati, ognuno provvederà a sistemare i suoi avendo per  la testa ben altro che la rappresentanza. A nessuno è dato di mettere il naso in casa d’altri ma se si desse al meccanismo delle primarie un valore istituzionale, sono convinta che le candidature improbabili sarebbero sensibilmente ridotte, quantomeno un’investitura più democratica conferirebbe un senso differente  alle scelte.

Le liste elettorali delle Europee sono – complessivamente e trasversalmente –  brutte . A chi ha a cuore il  buon andamento dei nostri interessi a Strasburgo, non rimane che sperare nella continuità degli staff tecnici, più in grado dei nostri politici di orientarsi nella complessità della normativa europea e delle questioni internazionali. Ma qualcuno pensa all’importanza del Parlamento Europeo? O siamo tutti a sfogliare la margherita se Miriam Bartolini questa volta  sia in combutta col consorte o ce la faccia a presentargli infine,  il conto del matrimonialista?

La ragazza della iurta accanto

La ragazza della iurta accanto

 

Asa ha le orecchie a sventola – come il principe Carlo ! – osserva, che nonostante ciò ha sposato Lady Diana Spencer, mentre Tulpan, la ragazza della iurta accanto,  unica nubile del villaggio, proprio per quell’ inconveniente di nessun conto, ha respinto la sua offerta di matrimonio. Il motivo poi si rivelerà essere un altro, tuttavia senza una moglie non si può pensare di possedere un gregge, lo prescrivono le Regole della comunità ma anche una necessaria distribuzione dei compiti imposta dalla cura degli animali e dall’essere nomadi. E così, il rifiuto di Tulpan può significare per Asa solitudine ma anche  impossibilità di rendersi autonomo, indipendente dalla propria famiglia. A meno di emigrare …

Esordio alla regia del kazako Sergej Dvortsevoy che nel passaggio alla fiction amplifica il talento descrittivo tipico dei suoi documentari, trasformando  così la sottrazione di Tulpan – non a caso la ragazza che non c’era del sottotitolo –  in racconto o evocazione dell’Assenza, sullo sfondo di un paesaggio arido e battuto dagli Elementi di una Natura inesorabile.

Sfide degne di Hitchcock e John Ford, si disse – dissero i Cahiers, per la precisione – quando questo piccolo film di confine entusuasmò – meritatamente –  Cannes 2008, aggiudicandosi il premio della sezione Un Certain Regard, il primo di altri 11, spazzolati in giro per i festival di tutto il mondo.

In realtà il segreto di Tulpan sta nella cifra poetica (anche se non priva di ironia) del racconto : la vita dei pastori rappresentata attraverso storie semplici, ambientate a soli 500 chilometri da una città che i protagonisti non hanno mai visto e chissà se vedranno mai, saldi come sono nei propri convincimenti, o in bilico  tra il resistere con le tradizioni,  assecondando pulsioni ancestrali o seguire altrettanto naturali istinti di fuga verso la modernità.

 Un particolare merito alle mobilissime e vitali immagini di  Jolanta Dylewska, operatrice polacca, ai suoi campi lunghissimi e alla sua prodigiosa macchina a spalla.


 

Tulpan la ragazza che non c’era è un film di Sergei Dvortsevoy. Con Ondas Besikbasov, Samal Esljamova, Askhat Kuchencherekov, Tolepbergen Baisakalov Titolo originale Tulpan. Drammatico, durata 100 min. – Germania 2006. –  Distribuione Bim

I colori della liberazione

I colori della liberazione

 

Se tutto si riducesse alle cronache di una stagione pur gloriosa ed esaltante, in breve tempo di questa nostra Lotta di Liberazione rimarrebbe ben poco. Ovvero se ne continuerebbe a discutere nei termini odierni, stucchevoli e superficiali di opposti schieramenti, di componenti, di ragione e di torto, quando non  – il massimo dell’ignominia in materia d’indagine storica – di buona o cattiva fede dei contendenti.

Invece qui da noi,  oggi si festeggia principalmente  la nascita dello Stato Democratico e in particolare si rende  merito a quell’assillo antidispotico dei Costituenti – liberale, più che bolscevico – che suggerì loro di porre a presidio dei Valori di Libertà, Eguaglianza, Solidarietà, Rispetto della Persona, Principi quali la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze e  l’ indipendenza della magistratura. Altri spartiacque o coloriture di parti giuste o sbagliate, non sembra d’intravedere, se non l’adesione o meno al modello democratico emerso da quella stagione politica. Modello perfettibile, come ogni cosa  di questo mondo ma non negoziabile nella sua struttura di Valori  portanti. A meno di voler celebrare un’altra festa.

Il resto delle presunte equidistanze, equiparazioni, geometrie, pesi, misure e dosaggi dei colori della Resistenza, li lasciamo alla politica nella sua versione più deprimente dei discorsi da talk show e delle passerelle acchiappaconsensi.

( Chi nega le strutture sanitarie opponendosi all’esecutività di una sentenza dei giudici supremi, per questioni di credo religioso, non merita di essere annoverato tra i tutori delle libertà costituzionali. Ne consegue che Roberto Formigoni con la Liberazione c’entra come i cavoli a merenda, chi lo ha fischiato, ha fatto cosa buona e giusta, tanto per rimanere in tema)

Vincere !

Vincere !

Monica Vitti, esitante per esigenze di copione, in questa inquadratura – direi perfetta – ben incarna, secondo Gilles Jacob, presidente del Festival di Cannes, tutti gl’interrogativi sul futuro del cinema indipendente e d’autore che i tempi impongono. E se è perplesso lui che non ha nemmeno Bondi alle calcagna a minacciare tagli ai fondi e censure per i film non graditi e un presidente del consiglio a dominare distribuzioni e produzioni, figuriamoci noi. Che tuttavia, crepi l’astrologo,  siamo in concorso con un film di Marco Bellocchio :  Vincere.

E siccome qui, tutto il meglio è già qui, come diceva quello, tra Concorso, Semaine e Quinzaine, da Tarantino ad Almodovar passando per Brillante Mendoza, Ken Loach, Lars Von Trier, Amenábar, Resnais, Ang Lee, Jane Campion, non resta che pazientare, magari  ingannando l’attesa con il sito.