Tre donne e una Pontiac

Tre donne e una Pontiac

Quel che resta di Joe, non è certo tutto nell’urna cineraria che invano sua moglie Arvilla ha tentato di sottrarre –  obbediente alla volontà del consorte – alla pretesa di un funerale californiano con tutti i crismi ( che laggiù sono parecchi).

A reclamarne la degna sepoltura è una figlia del defunto che più antipatica e scostante non si potrebbe. E ricattatrice per giunta. O il funerale a Santa Barbara, o niente casa in Idaho, quella dove Arvilla e Joe hanno vissuto per lungo tempo. Cedere, pur dolorosamente, si dovrà cedere, e sarà  infatti questo, il motivo all’origine del viaggio, ovvio protagonista di Quel che resta di mio marito, come del resto, di  ogni altro film o romanzo o racconto on the road che si rispetti.

Complici dell’operazione di condurre l’urna all’inflessibile figliola, saranno le due migliori  amiche di Arvilla. Il mezzo: una Pontiac convertible “Bonneville” del 1966, rossa, un sogno americano di automobile d’epoca,  oggi raggiungibile per la non esorbitante somma di ventimila dollari. Percorso : da Pocatello (Idaho) a Santa Barbara  (California ) attraverso il Nevada dei deserti, dei laghi, delle pianure salate, panorami mozzafiato, una degna cornice alla vicenda.

Ma prima di passare a quanto di eccitante e commovente  accadrà along the way, sarà bene precisare che in tutta questa vicenda, Thelma & Luise, stracitate raccordandone l’impresa a questo film, ovunque se ne sia scritto o  parlato , c’entrano pochissimo. Vanno bene l’avventura al femminile, le decappottabili, il vento tra i capelli ( o il foulard con gli occhiali da sole) e qualche analogo paesaggio o sperduta pompa di benzina, ma la direttrice di marcia, è orientata in direzioni opposte e laddove c’era un viaggio – fuga  di sola andata, con marcia trionfale verso il precipizio, qui abbiamo un viaggio di solo ritorno, proprio quel che il cinema predilige. Proprio quel che il cinema infondo è.

Dunque, in spregio dell’imperativo filiale, si spargeranno lungo il tragitto piccole quantità delle spoglie mortali  di Joe nei luoghi in cui è stato felice con sua moglie, rabboccando segretamente  l’urna con sabbia raccattata in giro e lo spirito con i ricordi,  allietandosi l’esitenza delle due amiche quella single controvoglia con camionista e gentiluomo dal sorriso irresistibile, ovvero cedendo l’altra, religiosa ed intransigente, poco alla volta alle gioie di qualche innocente trasgressione.

Pertanto qui si procede verso la meta, non perdendo via, via i pezzi, ma rimettendoli insieme e coltivando Arvilla, sin la speranza di far capire alla figlia di Joe, il senso della parola data.

Attrici eccezionali per questo film dell’esordiente, o quasi, Christopher Rowley che giustamente molto investe sulla loro recitazione. Jessica Lange, incurante degli anni  e incredibilmente  radiosa, Kathy Bates, incurante del peso e irresistibile nella sua ricerca di un uomo che di lei sappia apprezzare spirito e verve e Joan Allen, incurante dell’eterno ruolo di cattiva, a disegnare un personaggio che partendo dalla distribuzione di bibbie arriva  a destinazione dopo aver acquisito ben altre divine consapevolezze.

Inevitabile qualche sbavatura, dati il tema della morte  e del distacco, tuttavia sopportabile grazie al tono di prevalente ironia. C’è tanto dell’ american way of life  sia negli atteggiamenti più liberi che in quelli più rispettosi o desiderosi di regole. Entrambi distanti dal nostro stile di europei, quindi meglio astenersi dal valutare con  metri di giudizio che si rivelerebbero inadeguati. A parte l’universale considerazione che poi tutto finisce in cenere.

Quel che resta di mio marito è un film di Christopher N. Rowley. Con Jessica Lange, Kathy Bates, Joan Allen, Tom Skerritt, Christine Baranski, Victor Rasuk, Tom Amandes, Tom Wopat, Bruce Newbold, Kristin Marie Jensen, Ivey Mitchell, Evan May, Erin May, Laura Park, Lyn Vaus, Amber Woody, Skip Carlson, Steve o’neill, Arabella Field, Nancy Roth. Genere Commedia, colore 93 minuti. – Produzione USA 2008. – Distribuzione Teodora Film

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