L’ultima foto di famiglia

L’ultima foto di famiglia

 

A Lucia Annunziata va sicuramente il merito di avere messo insieme, episodio dopo episodio,documento dopo documento, il racconto di un anno – il 1977 –  denso di accadimenti.La cronaca non scarna e al contempo rigorosa di uno dei passaggi chiave della storia della sinistra italiana, è accompagnata da analisi e considerazioni nonchè da una conoscenza puntuale delle forze in campo,il  Movimento soprattutto, nelle sue articolazioni e con le sue dinamiche.Tuttavia il punto di vista prevalente rimane quello della testimone, più che quello della protagonista (nel doppio ruolo di cronista del Manifesto e di militante ) e questo ci fa ritrovare quella felice modalità del giornalismo  che non solo vuole i fatti distinti dalle opinioni ma che considera professionale la  limitazione del narcisismo e dell”invadenza delle sensazioni del narratore, sulla materia trattata.E quantunque il libro non sia privo di percezioni che attengono anche alla sfera emotiva,va detto che la scelta degli umori è caduta su sensazioni  ampiamente condivise di rabbia,spavento,incertezza ma anche di voglia di venirne a capo,di continuare nonostante gl’innumerevoli lutti, i fallimenti e il conseguente senso d’impotenza.Nessuno di quelli che “fecero l’impresa” è autorizzato, a mitizzare.Ma ognuno di noi può riconoscersi nel racconto.Ognuno potè “vedere" ,come l’Annunziata, il materializzarsi sotto i propri occhi,  del conflitto politico generazionale tra i militanti del PCI e i sindacalisti da una parte e il Movimento dall’altra,la mattina del 17 gennaio 1977 alla Sapienza.Ognuno potè prendere atto della infinita distanza tra l’uno e l’altro schieramento mentre si fronteggiava,rincorreva,picchiava  e dell’indisponibilità caparbia a qualsiasi tipo di interlocuzione politica.Ecco dunque il tema centrale del libro: il rifiuto  di confrontarsi, in primo luogo da parte di quel Pci che dopo aver superato, un anno prima, il 35 per cento dei voti, ritenne che il modo migliore, o forse l’unico, per utilizzare quei consensi, fosse la politica di unità nazionale, scomoda anticamera forse del compromesso storico o forse, chissà, di una democrazia dell’alternanza del futuro. Chiudendosi a riccio nei confronti di chi questa scelta la contestava, nella convinzione che, magari “oggettivamente”, lo facesse per contrastare “l’ascesa della classe operaia alla direzione dello Stato”: non a caso “diciannovismo” e “sovversivismo” furono le maledizioni più utilizzate.
Non era semplice trovare interlocutori nel Movimento. Ma, se non ci si provò neppure, non fu solo perché il movimento, tutto il movimento, a quella politica era fieramente avverso. Fu prima  ancora perchè quella generazione appariva letteralmente incomprensibile, del tutto diversi com’era dalla gruppettistica dei primi anni Settanta. Così diversi da rendere inservibili, nonostante fossero oltre ogni dire, estremisti, una categoria classica come quella dell’estremismo: quasi degli alieni che erano cresciuti attorno alla sinistra tradizionale senza che questa ne avesse il minimo sentore.Alieni Ostili. E più di tutto colpiva, come ha scritto Adriano Sofri, quel loro voler essere prima di tutto comunità, senza tema di vedersi ristretti in una sorta di riserva indiana: Non aveva voglia, quel movimento, di conquistare il potere e nemmeno di guadagnare alla propria causa la maggioranza, ma di mettersi in proprio. E se non si riuscì in alcun modo a comunicare fu pure perché quel movimento, quei giovani anticipavano a modo loro un mondo nuovo, il nostro, che di emancipazione del lavoro, movimento operaio, blocco storico, egemonia e strategia delle alleanze, non si ricorda neanche più; e irridevano prima ancora di contestare non solo i sindacati ma i partiti, anzi, il sistema dei partiti, proprio quando questo si sentiva invincibile, e come si vide poi,non lo era affatto.

Per me tra le ultime foto di famiglia più eloquenti c’è quella qui in alto : E’ il 17 febbraio 1977,il ragazzo che sta cancellando la scritta alla Sapienza fa parte di una task force di iscritti al PCI e al sindacato che precede di poche ore la visita di Lama e ha il compito di ripulire l’ateneo dalle scritte irriverenti degli Indiani Metropolitani.L’obiettivo non può cogliere la sua perplessità che è data sia dai baroni (da cacciare) definiti bianchi rossi e neri (quindi tutti sullo stesso piano), sia da quell’ a pallini espressione fantasiosa ed inedita nell’ambito della comunicazione politica che all’epoca si avvale  di registri seriosi e severissimi.Quel giorno furono  i canti,i balli,le invettive e i calambours,i giochi di parole (Lama non l’ama nessuno, o i Lama stanno in Tibet) ad alimentare il  clima di tensione.Curiosamente quei segnali di evidente diversità tra loro e gli altri inquietarono i militanti del PCI assai più che i servizi d’ordine agguerriti.Cominciò così…con la decisione di opporre a Lama,prestigioso capo sindacale,l’ironia.Finì come finiva sempre allora.Botte e cariche della polizia.

L’ Ultima foto di famiglia è un libro di Lucia Annunziata edito da Einaudi

2 pensieri riguardo “L’ultima foto di famiglia

  1. il 17 febbraio il rettore ha chiuso Lettere per non far tenere la conferenza a Scalzone, precisando che non era autorizzata.

    Quei tempi fanno ancora paura.

  2. e chissene…la conferenza s’è tenuta lo stesso sulle scale del Rettorato senza nemmeno tentare la prova di forza, data l’età,i chilometri e le braccia che cascano.

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